domenica 22 marzo 2020

Un film al giorno: Labyrinth. Dove tutto è possibile

Un fotogramma di Labyrinth
In questo periodo di noia casalinga, in cui ognuno di noi ha improvvisamente tanta voglia di correre e andare in giro per il mondo, abbiamo deciso di sfruttare al meglio i nostri mezzi per  fare un viaggio nella storia del cinema: si va per la terra dei goblin degli anni ’80.
Sarah, una ragazzina un po’ fissata con i libri fantasy, interpretata da Jennifer Connelly e doppiata da Ilaria Stagni, ha il compito di badare per una sera al fratellino Toby, mentre il padre e la matrigna sono fuori.
Colma della tipica gelosia che accomuna quasi tutti i fratelli maggiori e innervosita dai pianti continui del povero marmocchio, la protagonista invoca ingenuamente il re dei goblin, Jareth, interpretato dall’amatissimo David Bowie (che, per opinione di molti,è in realtà la vera star del film) e doppiato da Roberto Chevalier. Jareth, così, rapisce Toby e sfida Sarah ad arrivare al suo castello attraversando il labirinto, e se entro le sette non sarà riuscita nella sua missione, il fratellino diventerà un goblin.
La nostra protagonista incontrerà una serie di ostacoli, “nemici da sconfiggere”, ma anche degli abili aiutanti, tra cui Gogol. Tutti questi  personaggi secondari sono rappresentati da fantocci “stile muppets” (infatti, il film in questione è opera di Jim Hanson, regista conosciuto soprattutto grazie ai suoi indistinguibili amici pupazzi, che hanno animato l’era degli anni’80 e ’90) i quali,insieme a Bowie, trasformeranno il film in un coinvolgente musical. 
Nonostante possa sembrare uno spettacolo per bambini, è invece un musical che consigliamo a tutte le fasce d’età, e particolarmente a chi non vuole aspettare l’estate per tuffarsi nel mondo della fantasia vintage.

Francesca Corbo 
Jacopo Parente

venerdì 20 marzo 2020

Un film al giorno: Suspiria


Elena Pizzi Romano

Il paradigma del tema stregonesco

Suspiria è un film del 1977, diretto da Dario Argento e interpretato da Jessica Harper, Stefania Casini, Barbara Magnolfi e Alida Valli.
La storia, ormai nota ai più, ruota attorno alle vicende della giovane Susy Benner, recatasi in Germania, presso la prestigiosa accademia di danza di Friburgo, per perfezionare le sue capacità artistiche, la quale assiste a uccisioni al limite del paranormale, estremamente cruente e inspiegabili. 
I due punti di forza della pellicola più acclamata di Argento sono l’estetica visionaria e l’astrattismo espressivo. L’uso dei colori, la bellezza enigmatica e d’impatto degli ambienti, la creatività con cui si delinea uno scenario iconico e ammaliante ipnotizzano lo spettatore. La teatralità della recitazione, la colonna sonora indelebile e incalzante, il peso oppressivo del respiro, l’atmosfera irreale, avvolta di mistero, il richiamo sottotesto all’Elogio della Follia di Erasmo da Rotterdam conferiscono alla narrazione elementi preponderanti della sfera dell’inconscio, dell’ignoto, rievocando opere artistiche interamente focalizzate sulla complessità della mente umana, come quadri di Dalì, Magritte, Ernst e Miró. All’interno della pellicola vi sono anche omaggi alla letteratura favolistica e allegorica e un’influenza che mi appare lapalissiana è la scuola esoterica steineriana. 
In conclusione, ritengo che Suspiria meriti la fama di cult del genere horror per la sua ricchezza di suggestioni e per la sua destrezza nello sconvolgere e sedurre colui che assiste alla rappresentazione scenica. 

* * *

Maria Elena Prudente
Un nuovo linguaggio per Suspiria

Tutti noi conosciamo Suspiria, film horror di Dario Argento del 1977, che sia per la penetrante colonna sonora o per la sua celebrità. «Una giovane americana si trasferisce in Germania per entrare in una prestigiosa scuola di danza, per poi scoprire che questa è la sede di una congrega di streghe»: al suo debutto, e per anni a venire, questa storia turbò genuinamente le menti del pubblico. 
Tuttavia, uno spettatore di oggi, abituato ad effetti speciali impeccabili, non lo accoglierebbe con lo stesso stupore, e anche la narrazione gli risulterebbe di difficile comprensione, dato che Argento cela per tutto il film ciò che sta realmente accadendo: è proprio questo straniamento che oggi ci fa accogliere il film con un certo disagio. Nonostante ciò, le immagini psichedeliche e la teatralità della recitazione di questo cult del cinema horror hanno acquisito col tempo un nuovo fascino, ed è difficile ricreare un'atmosfera tanto suggestiva.
Il remake del 2018 di Luca Guadagnino è forse l'erede più riuscito che potessimo aspettarci. Certamente è più appetibile per un pubblico moderno: Guadagnino crea un quadro più coerente e realistico, approfondendo alcuni aspetti della trama che erano stati marginalizzati da Argento per dare spazio ad un universo di suggestioni, aggiungendo nuove sottotrame e rivelandoci quasi da subito quello che invece nell'originale era mostrato solo alla fine.
L'estetica non fa più leva su colori intensi e sgargianti, ma gran parte della bellezza visiva nel film è nelle mani delle due ipnotizzanti attrici protagoniste, Dakota Johnson e Tilda Swinton (già muse del regista in A Bigger Splash). Una novità è la carica omoerotica, impronta caratteristica del cinema di Guadagnino, che ben si abbina all'aura rassicurante che emana la nuova versione di Madame Blanc. Anche se i personaggi si sono addolciti, non manca il senso del grottesco, che fin da subito si fa sentire e si accentua sempre di più, strizzando l'occhio all'originale con alcuni effetti piuttosto surreali.

* * *
Chiara Maria Grasso
Suspiria (2019) di Luca Guadagnino 

Quante volte, in questo strano periodo di quarantena forzata, in uno scenario che ci sembra a dir poco 
post-apocalittico, ci è capitato di dire: «sembra di essere in un film»? Ebbene, per allontanare ogni visione pessimista o terrificante, abbiamo deciso di esorcizzare, da bravi allievi del teatro greco, la paura con la paura. "Pietà e terrore" che solo un regista camaleontico e contemporaneo come Guadagnino può offrirci nell’abbandonarsi alla stesura delle scene di Suspiria. Il film, non è, in realtà, tutto merito dell’occhio di Guadagnino, ma è ispirato ad una storia molto più antica e suggestiva. La trama originale, infatti, fu scritta nel 1845 dall’inglese Thomas de Quincey in seguito al soggiorno nella casa dei conti Imbonati a Milano che all’epoca si diceva infestata. Lo scrittore, infatti, fu ispirato proprio dai sogni che egli fece nell’abitazione lombarda nei quali, dichiara lui stesso, gli fece visita la dea latina Levana, che gli presentò le tre streghe protagoniste del suo romanzo e del film di Guadagnino (e non solo), Mater Lacrimarum, "Nostra Signora delle Lacrime", Mater Suspiriorum, "Nostra Signora dei Sospiri" (da cui il titolo Suspiria) e Mater Tenebrarum: "Nostra Signora delle Tenebre". Prima di parlare del capolavoro del regista italiano, però, è bene prendere in considerazione quello che in realtà è il primo film in assoluto girato sulla leggenda delle "Tre Madri": Suspiria di Dario Argento del 1977 dal quale però, sicuramente, Guadagnino viene a conoscenza della trama a lungo sconosciuta al pubblico, ma che è da lui completamente riadattata. Il film di Argento, infatti, non si sofferma più di tanto sulla trama, che ci appare alquanto sconnessa, e sul tema delle streghe, che sembra quasi messo in secondo piano, ma piuttosto sull’estetica al contempo luminosa e grottesca che diventa, in quegli anni, manifesto del cinema horror degli anni 70. Quindi, nell’analisi del film di Guadagnino, quest’ultimo apparirà quello che con il tempo è diventato non solo, un cimelio del museo cinematografico, ma il fondamentale punto di partenza di Guadagnino. Ovviamente, la differenza sostanziale delle due trasposizioni cinematografiche, è che quella più recente, anche dal punto di vista tecnico e non solo interpretativo, ci offre molta più modernità (automaticamente e d’istinto molto più facilmente apprezzabile) anche per quanto riguarda il cast, pieno di attori abbastanza noti tra cui le protagoniste interpretate da Tilda Swinton, Helena Markos, appunto, la "Mater Suspiria" e Dakota Johnson, celebre protagonista della saga 50 sfumature di…, Susie Bannion. Ciò che, però, potrebbe accomunare le due versioni è l’allusione al teatro, che in Argento rivediamo soprattutto sotto il punto di vista della recitazione che, per un grande schermo appare alquanto esagerata ed eccessiva, dunque, non abbastanza realistica come, invece appare quella del cast di Guadagnino e, invece, in quest’ultimo, nella suddivisione in "atti". Ciò che, invece, creerebbe un netto contrasto è sicuramente l’atmosfera e la concezione di "paura". Quello di Guadagnino, infatti, come già ci aveva abituato con un altro suo capolavoro cinematografico Chiamami col tuo nome è un horror immerso nella foschia del "non-detto", dell’esoterico, dell’occulta pretesa di classificarsi come horror, o, quantomeno, di aderire completamente alla definizione classico, presentandosi, non più come ostentatamente pauroso, ma quasi "umano". Se nel film del ’77 le streghe erano state accantonate, Guadagnino le pone fin dall’inizio al centro della scena soffermandosi su elementi evocativi della tradizione riguardante le streghe e il modo in cui, soprattutto nel quindicesimo secolo, sono state raffigurate: i capelli lunghi e rossi della protagonista, gli abiti antiquati e le gonne troppo lunghe anche per la Berlino del secolo scorso, oppure, nelle scene finali i costumi di scena e il palcoscenico su cui si muovono le ballerine che rimandano chiaramente ai Pentaconi sabbatici. Più che su quest’estetica, che nasce comunque con la caccia alle streghe di stampo inglese come il racconto originale, il film si basa soprattutto sul codice della danza, anch’esso di sfondo e presentato come pretesto nella versione di Dario Argento. Il contesto accademico, infatti consente a Guadagnino di costruire meglio l’ambiente e il concetto di "congrega", anch’esso legato al mondo delle streghe, e che, come ogni gruppo ristretto, al di fuori della realtà (quasi come farebbe Bertolucci), anche questa ha un proprio linguaggio: quello della danza che è parte integrante del film e si presenta quasi come rituale antico delle streghe che è da loro usato per esercitare il loro potere. Quindi, ad un primo livello di lettura, quello della congrega può essere considerato un’organizzazione moderna in cui far rivivere il mistero delle streghe con tutte le caratteristiche annesse e connesse, riprese sia dalla tradizione biblica che da quella classica, come lo stesso scrittore inglese fa. Quest’aspetto, però, viene esasperato completamente da Guadagnino che, alla fine, ci mette quasi davanti ad un rito dionisiaco, un’orgia bacchica, che dovrebbe sconvolgerci, ma ci affascina allo stesso tempo: ne sono la prova, non solo la scena finale, ma anche l’eccesso nel bere e nel mangiare del momento prima dello spettacolo, il trucco della protagonista presentata quasi come vittima sacrificale, ma anche dalla danza in sé, che non rispetta i canoni rigidi della danza classica, ad esempio, ma, proprio perché "danza incantatrice", anima le ballerine in modo che loro sembrino come invase dallo spirito della magia su loro esercitata, la quale si rispecchia anche nella musica priva di parole e "sinistra", tanto da richiamare sia la tradizione classica, che quella più moderna delle streghe e dei loro riti definiti addirittura "satanici". Proprio perché Guadagnino ci vuol lasciar intendere molte cose e non sempre è esplicito nei suoi intenti, il film si presta, in realtà, a più interpretazioni, oltre che a quello della trasposizione in chiave moderna di un mondo utopico di streghe. Come ci suggeriscono le condizioni della prima protagonista che appare sullo schermo, Patricia, la danza e tutta la congrega di streghe, diventano anche motivo di delirio psicologico: profondità che, invece, in Argento manca e che, invece, in Guadagnino è ciò che, più che del sangue e delle riprese è quello che ci spaventa. Il delirio di Patricia, dunque, è, si, il delirio di una ragione che non trova risposte nel mondo da noi conosciuto, ma che si realizza, quasi come una vera e propria psicosi, nel momento in cui tutto ciò che credevamo finzione, gli incubi, il male e la violenza, si fa così radicata nella mente e nella realtà di un individuo che nel suo delirio «dice una bugia che è verità». Quello che succede alle protagoniste, infatti, è una sorta di violenza psicologia che trova appagamento nel codice apparente della stregoneria, nei sogni che, prepotenti, si insinuano nella loro mente creando incubi e addirittura convulsioni (probabile allusione all’esperienza dell’autore della legenda delle "Tre Madri" che ne ha ispirato il racconto). Oltre a ciò, Dakota Johnson interpreta un personaggio piuttosto caratteristico, non solo per il destino che le spetta, ma soprattutto perché è più delle altre, perché più inconsapevole di tutte, vittima dell’"incantesimo": l’incantesimo di un amore che, alla fine, si impossessa ed eviscera in corpo e gli consente di provare un piacere nauseante (che, poi, è lo stesso sentimento suscitato nello spettatore) di un bacio che risucchia l’anima e da potere solo ad una delle due parti, quasi come un "bacio di Giuda". L’ultima interpretazione da evidenziare, infine, è quella che emerge anche da alcune battute scambiate da alcuni protagonisti che, invece assistono dall’esterno e non sono vittime delle Tre Madri e tendono a vedere la situazione da un punto di vista "umano", paragonando la congrega al regima fascista: basato sui simboli, sulla pressione psicologia, apparentemente nascosta e innocua o, molto più incisivo, dal fatto che qualunque strega ci sia al comando, debba necessariamente eliminare tutti coloro che vogliono o potrebbero eliminare il regime da loro costituito. Inoltre, quest’interpretazione, ci viene suggerita anche dal fatto che le ragazze sono forzatamente recluse nel palazzo: un elemento che ritroviamo anche in un altro film con il quale Suspiria può essere confrontato per la stessa interpretazione che è Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini (anch’esso intrecciato con la credenza biblica, con una moralità imposta, con la violenza, che in Pasolini, però, non è celata con alcun incantesimo). Quello che, dunque, in ultima analisi proporrei come punto d’incontro dei due film appena citati è il fascino apparente e, in seguito, la tirannia che sempre si rivela quando, forse, è troppo tardi ed è ormai così imponente che lascia spazio solo per l’unica volontà che rimane (che paradossalmente dipende da un organo involontario per il corpo, ma forse, non per la mente) quella di morire; o meglio, come direbbero le streghe di Guadagnino, sopravvissute o meno, "diventare come Helena Margos".







Covid-19: non possiamo recitare, guardiamo recitare!

Enrico Torzillo, attore, regista, ex giannoniano
Standosene al sicuro nelle tiepide case, gli alunni del Liceo Classico “Pietro Giannone” di Benevento del Laboratorio di Recitazione, condotto da Enrico Torzillo (attore e regista, ex giannoniano) lo scorso Gennaio, lanciano una nuova iniziativa a cui potrà unirsi qualsiasi studente interessato! Non potendo uscire, fare lezione e quindi “recitare” le proprie giornate, attraverseranno un percorso di cineforum per soffermarsi, a distanza e con i mezzi tecnologici a disposizione, su quanto, nella storia del cinema, è cambiata la recitazione, la regia e la “narrazione dei mondi”!
Un film al giorno finalizzato a intrattenere, riflettere, allenare il gusto, discutere su pareri diversi, annoiarsi, divertirsi e scrivere recensioni, centrando sempre il magma del prodotto artistico preso in analisi! Una palestra di critica, insomma! Per stare vicini, pur se lontani, continuare a far l’amore con l’arte e abbreviare queste lunghe giornate! 
Man mano che il percorso sarà sviluppato, invieremo le recensioni dei nostri ragazzi.


mercoledì 18 marzo 2020

Giulio Miele - Se non uscirai da questa stanza

La vignetta è tratta da Cinque Minuti, Due Volte Al Giorno (Shockdom), graphic novel ispirata a una storia vera, la permanenza in carcere di Chet Baker a Lucca, nel 1960. La storia è raccontata da Marco Di Grazia e disegnata da Cristiano Soldatich.


Se non uscirai da questa stanza
temo il peggio, me lo sento.
Come un blocco senza
note – qui senza una meta.
Scrivo solo versi,
senza spazi o dimensioni.
Solo una musica senza vocazioni
o accurate variazioni.
Adempio alla mia eterna condanna.
Ho un ergastolo di parole,
mi svuoto.
Ma ho perso solo tempo
o le righe di un foglio – succube.
Sottomesso, sì.
Ma a quale delle leggi?
Quella del presente – dici.
Lontana la gente e solo
una voglia: voglia di niente.
La mia mente. Matta e sola.
Ho solo bisogno
di allungare le mie mani.
Di afferrare
l’interrogativo del domani.

martedì 17 marzo 2020

Mariagrazia Casillo - Tra crisi e cambiamento


Forse è vero che all’umanità servono sempre le tragedie per rendersi conto che è necessario un cambiamento. “Cambiamento”, ci avete mai pensato? La radice greca, χρίον, è la stessa della parola “crisi”. Ed ecco trovato il bando della matassa.
Ci sono volute le inondazioni del Nilo per inventare gli argini, i problemi del baratto per creare le monete, le guerre per costruire armi e mura, le epidemia di massa per scoprire i vaccini.
Crisi e Cambiamento, sempre proceduti di pari passo, accompagnando la storia umana per millenni.
Ora, nel 2020, ci è voluto un virus per farci scoprire l’importanza dei rapporti umani.
Per molte persone, probabilmente, non è mai stato un problema rimanere all’interno delle proprie abitazioni, senza il desiderio di uscire, ma sfido chiunque, in una situazione in cui non è il desiderio personale, ma un regolamento esterno, a tenerlo dentro casa, a non sentirsi un topo in trappola.
E così ora sentiamo la mancanza di un contatto e cominciamo a sentire i primi rimorsi. I nonni che stanno a 3 km da noi ma che non andiamo a trovare quasi mai. Gli amici a cui promettiamo sempre di uscire ma non lo facciamo. Quel caffè che dovevamo prendere con quel ragazzo così carino al quale abbiamo dato buca perché ci sentivamo insicure. Persino i professori, quelli che, la mattina a scuola, preghi fino all’ultimo che non vengano per via di un impegno.
Perché gli uomini capiscono il valore delle cose quando esse gli vengono tolte. Rivendichiamo la libertà quando diventiamo prigionieri, sentiamo la mancanza di contatto quando non possiamo più riceverne.
Allora forse le tragedie servono davvero.
Allora, forse, dopo tutto questo, cambieremo finalmente. Cominceremo ad apprezzare le piccole cose, i piccoli gesti, gli sguardi, i sorrisi, le risate in compagnia, le cose che sembrano far parte della “quotidianità” ma che in realtà cambiano tutti i giorni.
Chissà se questa sarà la volta buona che gli uomini impareranno la lezione o se sarà ancora una volta una semplice resipiscenza momentanea nell’infinito errare umano.

mercoledì 11 marzo 2020

Giulio Miele - Fidati se ti dico che non avresti bisogno



Fidati se ti dico che non avresti bisogno
di sentirti sola.
Di guardare il vuoto e pensare
alle luci spente.
Di sentire la pelle piccola e debole
come un Aprile lontano.
Per la prima volta non conosco.
Per la prima volta non riesco.
Se questa possa essere un’ultima
o una prima volta.
Spero solo di resistere.
Quanto valga una risata o un abbraccio,
sensazioni spoglie da giorni - cose rare.
Il prezzo di una giornata o di una sera.
Soli - come da sempre,
ma con il desiderio di non accorgersene.
Abbiamo spento tutto, abbiamo sete.
Eppure non avrei voglia
di sgranchirmi le gambe o di volare.
Ormai so che potrei cadere.
Ho paura di perdere me stesso
in una camera che affaccia sul rosso,
come quello di un avviso, di un divieto.
Del sangue.
Levitiamo con il cuore,
ma non con le ginocchia.
Siamo attratti dal dilemma,
ma fino a quando sarà tale la dispersione?
Ma non mi perderò – non posso.

Francesca Spada - La Strega si vendica e firma il poker con il Pescara



BENEVENTO: Montipò, Maggio, Tuia, Volta, Barba, Insigne (73’ Kragl), Schiattarella, Del Pinto (84’ Basit), Improta, Sau (Hetemaj), Moncini

PESCARA: Fiorillo, Bettella, Scognamiglio, Campagnaro, Masciangelo, Bruno(59’ Melegoni), Memushaj, Crecco, Galano, Borrelli(70’ Maniero), Clemenza

ARBITRO: Rapuano

AMMONIZIONI: 10’ Volta, 90’ Maggio

RETI: 17’ Insigne, 21’ Sau, 33’ Moncini, 71’ Improta

Nella 28esima giornata di Serie B vediamo affrontarsi il Benevento e il Pescara. Il Benevento cercherà di vendicarsi della sua unica sconfitta subita con un poker a Pescara, mentre dall’altra parte abbiamo un Pescara definitosi:”La bestia nera” del Benevento per essere stata l’unica squadra ad aver purgato il Benevento e che cercherà anche questa volta di ripetere l’impresa. La partita verrà disputata con l’assenza dei propri tifosi causa emergenza coronavirus.
La squadra di Inzaghi scende in campo con il solito 4-4-2 rimodellando la tradizionale formazione, inserendo Volta e Tuia al centro con Barba a sinistra e lasciando in panchina Caldirola; a centrocampo senza Viola c’è Del Pinto a ricoprire il suo posto. Legrottaglie scende in campo con il 3-5-2 schierando gli ex Memushaj e Bruno, in avanti ci sono Borelli e Galano.
Gli abruzzesi dal primo minuto tentano di essere pericolosi con ben tre punizioni a loro favore in cui sfiorano il vantaggio, ma la dominanza ospite dura solo fino al 17’ in cui arriva il gol di Insigne sull’assist di Sau e lascia spiazzato Fiorillo. Dopo soli quattro minuti Sau approfitta dei ritmi calati del Pescara e sigla il 2-0 del match sull’assit del compagno Insigne. Galano cerca di attaccare procurando un calcio d’angolo che viene poi respinto da Barba. Al 28’ occasionissima per il Pescara di riaprire la partita con Memushaj , ma il tentativo è del tutto inutile e i delfini ripartono dalla difesa. I giallorossi non si lasciano scappare neanche un minuto e firmano con Moncini ,su un assist perfetto di Improta, il 3-0. I padroni di casa sembrano voler a tutti i costi riscattarsi dell’unica macchia nera del loro percorso fino ad ora. Dopo qualche minuto Improta realizza un bel tiro ma viene bloccato da Fiorillo. Subito dopo Del Pinto commette fallo su Clemenza e Rapuno fischia calcio di punizione che viene battuto da Memushaj con Montipò che blocca senza problemi. Nella ripresa nonostante il Pescara passa al 4-3-3 la squadra di Legrottaglie non sembra reagire vista la cattiveria del Benevento affamato di vittoria per rivalersi del risultato di andata. Sau sfiora la doppietta deviata poi da Crecco. Il Benevento approfitta dell’ennesimo momento buio del Pescara e senza pietà arriva Improta sull’assist dell’uomo che ha sboccato il match, Insigne e sigilla il 4-0. Poker che la capolista desiderava ed ha meritato in questa partita. Dopo una parata di Fiorillo su Moncini, Inzaghi regala l’esordio al giovane Basit.
La gara non ha bisogno di essere commentata, basta il poker inflitto dai padroni di casa per far parlare da sé il match. La data dalla festa dei giallorossi è sempre più prossima ad arrivare.

                                                                             

martedì 10 marzo 2020

Giulio Miele - Distruggere, ricostruire


Di solito i bambini non prediligono la luce al buio per criteri matematici o gusti personali. I bambini sanno che nella luce ogni cosa è chiaramente distinta, reale. Quando si entra in una stanza buia, senza luce, senza comunicazioni, il panico sale inevitabilmente e, quello che in realtà è solo un armadio, diventa un gigante. Quello che sta accadendo in questi giorni, oramai da un mese a questa parte, è esattamente la stessa cosa. Il Corona-virus è qualcosa che suscita paura, non solo per i dati che abbiamo su di esso, ma anche grazie alle continue trasmissioni televisive e agli articoli, che escono ogni mezz’ora. Le giuste misure adottate dal governo non fatto che aumentare questa paura, poiché c’è la consapevolezza di una pandemia mondiale, cosa che non si vedeva da molto tempo. Tranne casi, isolati, che di sicuro non raggiungevano la gravità attuale. Negli ultimi anni, abbiamo raggiunto livelli di chiusura sociale inimmaginabili. Con questo virus la cosa non farà che peggiorare. Se fino ad un mese fa il problema erano gli immigrati che “ci rubavano il lavoro”, molti di noi non si farebbero pregare due volte a barattare qualsiasi immigrazione con questo virus, anche se contrari alla stessa. Tutta la questione è possibile verificarla sotto un punto di vista sociologico. Il governo è forse impaurito dagli scarsi mezzi sanitari che ha per contenere il contagio, ecco forse il perché della chiusura di molti spazi pubblici, come le scuole. Ma il vero impatto è ora sulla gente, sugli italiani. A breve, in pochi mesi o addirittura giorni, come abbiamo già visto, avremo un radicale cambiamento nelle persone, che si rafforzerà sempre di più. La paura del vicino di casa, del barista, della cassiera, del parente, o perché no, se si è nonni anche del nipote. Insomma qualsiasi possibile persona con cui noi potremmo entrare in contatto. In Europa gli italiani hanno avuto lo stesso trattamento dei cinesi o degli africani che prima sbarcavano sulle nostre coste, cosa che presumo non accadrà per ora da quei paesi - ironia della sorte. Certo le nostre idee contro gli altri paesi non sono state tanto buone negli ultimi tempi e, anche se non credo nel karma, o non fino in fondo, probabilmente doveva capitare. La nostra sicurezza non è più in una regione, una città o un quartiere, ma solo nella nostra casa, la nostra camera, il nostro letto, posti in cui sappiamo di essere al sicuro. Con industrie e luoghi pubblici completamente inaccessibili, con il solo contatto social, questo farà di certo bene al pianeta, per il diminuire dello smog, alla consapevolezza di una sanità pubblica migliore e più efficiente. Ma noi che reazioni avremo dopo tutta questa distruzione psicologica? In che modo ricostruiremo il nostro futuro? Capiremo finalmente il valore dei rapporti umani, di una carezza, di uno sguardo, oppure non faremo altro che chiuderci definitivamente, mettendo a nudo la nostra oramai non-umanità?


sabato 7 marzo 2020

Gaya Possumato - 50 anni con "Let it be"


6 marzo, 1970: i Beatles pubblicano Let it be, l’ultimo brano prima dello scioglimento ufficiale della band. 
Il pezzo nasce nel 1968, grazie all’ispirazione della madre di Paul McCartney, Mary, morta di cancro quando lui aveva solo quattordici anni, che, apparsagli in sogno, lo conforta, con “parole di saggezza” e lo invita a non lasciarsi soffocare dalle amarezze, a “lasciar andare”. 
«Una canzone positiva; mia madre era venuta nei miei sogni per rassicurarmi mentre ero ansioso e paranoico, per dirmi che sarebbe andato tutto bene. In quel momento mi sono convinto sarebbe davvero andata così» dice McCartney.
Le tensioni che affliggevano Paul, rinvigoritesi in seguito alla morte di Brian Epstein, riguardavano l’atmosfera venutasi a creare all’interno della band: Harrison soffriva dello strapotere degli altri due autori, Lennon era perso in mille altri progetti paralleli e nel suo amore incondizionato per Yoko, che lo portò ad allontanarsi sempre più dagli altri membri. McCartney costituiva la sola cariatide a sostegno del  maestoso tempio beatlesiano, mettendo in piedi nuovi progetti, come un film fatto con le riprese della band a lavoro sul nuovo disco, o un concerto, per riscaldare le folle, dopo anni, con un’esibizione dal vivo. 
Purtroppo, se le idee innovative di Paul non fallirono immediatamente del tutto, portarono ad un lento naufragio della band, in quanto le riprese del film non fecero che accentuare le tensioni preesistenti, e la lavorazione del disco, provvisoriamente intitolato Get Back, fu sospesa. 
È, dunque, significativo che nei primi di gennaio, quando la band lavora al film negli studi cinematografici di Twickenham,  Let it be è tra le prime canzoni che provano. Oltre al fatto che McCartney fosse il motore, al tempo, all’interno del gruppo, e che dunque spingesse gli altri con i propri brani, c’è la questione della disarmonia tra di loro, di cui il brano è il lucido specchio. 
Inizialmente McCartney si impegna nel seguire il consiglio della madre, combatte le avversità del gruppo e fa di tutto pur di tenerlo ancora insieme, alla fine molla e lascia che le cose facciano il proprio corso, ottenendo così, un ultimo magico incontro, in cui i Beatles incidono il capolavoro assoluto di Abbey Road, solo pochi mesi dopo. Let it be diventerà il titolo del loro ultimo album in ordine di uscita, pubblicato dopo la fine della band. 
Inimmaginabile un mondo, per l’impatto che il brano ha avuto nella storia, come quello che provocatoriamente suggerisce Danny Boyle nella sua ultima commedia Yesterday, in cui Paul McCartney, giunto in studio a Abbey Road, prova a far ascoltare la sua nuova canzone agli altri membri della band e nessuno lo ascolta. Probabilmente i Beatles non l’avrebbero mai incisa, o Paul l’avrebbe realizzata in seguito, con i Wings.
Nonostante il velato senso di angoscia della canzone, essa, preziosa gemma melodica, carica di gospel, trasmette il suo profondo senso di speranza, che conclude la storia dei “favolosi quattro” in maniera religiosamente romantica. 
La musica e - l’arte in genere - sarà sempre capace di fungere da “vaccino” contro la paura (anche in casi di epidemie, come quella che stiamo vivendo) che trova riposo tra le note speranzose dei capolavori di sempre, tra le note, in questo caso, di un sogno che è divenuto musica.








giovedì 5 marzo 2020

Francesca Spada - Un Benevento no limits


Un Benevento senza limiti
PERUGIA (3-5-2): Vicario, Falasco (84' Buonaiuto), Sgarbi, Rajkovic, Di Chiara, Falzerano, Konate (70' Caviglia), Greco, Mazzocchi, Iemmello (65' Melchiorri), Falcinelli
BENEVENTO (4-3-2-1): Montipo', Barba, Volta, Caldirola, Letizia, Hetemaj (75' Tuia), Schiattarella, Viola, Improta, Coda (72' Moncini), Kragl (61' Insigne)
RETI: 44' Caldirola, 78' Insigne, 91' Melchiorri
AMMONITI: 34' Greco
ARBITRO: Ghersini

Nella 27esima giornata di Serie B allo stadio Renato Curi di Perugia scendono in campo il Perugia e il Benevento. Il Perugia, dal centro classifica, cerca di riconquistare il posto nella zona play off, i ragazzi di Inzaghi, invece, non hanno più niente da perdere poiché ormai il posto in Serie A è già garantito. Il Benevento rivedrà i suoi quattro ex: Di Chiara, Mazzocchi, Iemmello e Buonaiuto.
La squadra di casa scende in campo con uno schieramento sbilanciato in attacco senza mai far a meno del capocannoniere Iemmello in cerca della vittoria con qualche modifica alla solita formazione titolare. Gli ospiti arrivano senza apportare modifiche al loro solito modulo ma cambiando l'undici titolare della partita contro lo Spezia, inserendo l'uomo del match precedente: Improta.
La partita comincia con un calcio di punizione di Falzerano ai danni di Viola e c'è subito la prima occasione del Benevento sfiorata con Kragl. Il Perugia non si fa attendere e risponde con un cross di Di Chiara respinto da Montipò. Il Perugia sembra non voler giocare in zona d'attacco e resta in difesa. La strega cerca il vantaggio con il numero 10 che è tra i più attivi di questa partita. Al 20' si fa vedere il Perugia con un tiro da fuori area del suo bomber Iemmello ma la palla non arriva alla porta. L'attacco del Benevento inizia ad accelerare i ritmi con Coda  che ci prova al limite dell'area, Vicario respinge e il Benevento guadagna un corner. Al 25' Falcinelli tenta la via del gol ma il tiro è troppo corto e gli ospiti ripartono con Hetemaj che trova la rimessa laterale. L'attacco di casa lotta contro la difesa degli ospiti per regalare un gol ai propri tifosi. Arriva il primo giallo del match ai danni di Greco per fallo su Hetemaj e un calcio di punizione battuto da Schiattarella. Improta cerca più volte la porta ma Vicario si fa trovare pronto ad allontanare. Nel 43' arriva un calcio di punizione battuto da Kragl sul quale va Caldirola che devia la palla insaccandola alle spalle di Vicario. A pochi minuti dalla fine del primo tempo arriva il vantaggio per la capolista. Il signor Ghersini concede un minuto di recupero.
La ripresa inizia con nessun cambio per le due squadre. Il Perugia cerca di attaccare mentre arriva il primo cambio per il Benevento in cui entra Insigne al posto di Kragl. Il 19 del Benevento tenta immediatamente il tiro che viene bloccato da Vicario. Al 65' Di Chiara prova un tiro pericoloso da ottima posizione. Ecco anche il primo cambio per i padroni di casa al 65'; entra Melchiorri al posto dell'ex Iemmello che esce tra i fischi del Curi. La strega vuole il raddoppio con Coda che va di testa sugli sviluppi di un calcio d'angolo che sfiora la porta. 70', un altro cambio del Perugia; dentro Nicolussi Caviglia al posto di Konate. Dopo cinque minuti il Benevento fa entrare Tuia al posto di Hetemaj: gli ospiti passano alla difesa a tre. Al 78' c'è il raddoppio tanto voluto dagli ospiti: assist di Letizia per Insigne che gonfia la rete. All' 84' entra un altro ex del Benevento: Buonaiuto al posto di Falasco. Successivamente abbiamo un' occasionissima per Moncini che spedisce fuori con un pallonetto. Vengono concessi sei minuti di recupero ed il Perugia accorcia le distanze con un gol di Melchiorri.
96' termina la partita con un ennesima vittoria della squadra capolista. Non è bastata la marcatura di Melchiorri per far risalire i padroni di casa in classifica. La Strega festeggia un altro grande passo verso la Serie A.                                                                

lunedì 2 marzo 2020

Giulio Miele - Cosa il poeta, cosa la poesia.



Cosa il poeta, cosa la poesia.
Un ingorgo di violenti suoni,
ma dolci all’antico ascolto
degli eroi.
Ma quale l’ascolto?
Quali gli eroi?
Poesie geometriche,
degne solo dei migliori
euclidei.
Parole infuocate,
per accendere solo il vociare
delle masse.
E criteri già spinti,
per invocare - almeno una volta
la musa della ribellione.
Ma pronti tutti a sostenere
Figure innocue  –  credendole vicine;
solo per placare e dare adito
al nostro senso di inferiorità.
Ciò che di spento già c’era
continuerà a rimanere tale.
Sotto l’incoerenza di chi
insegna poemi
e pretende porcate.