lunedì 30 marzo 2020

𝐔𝐧 𝐟𝐢𝐥𝐦 𝐚𝐥 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐨: 𝑆𝑢𝑠𝑝𝑖𝑟𝑖𝑎 (2𝑎 𝑝𝑎𝑟𝑡𝑒)


“Questo respiro, non puoi più dimenticarlo!”
 Termina così una frase del discorso tra Susy e Sara (rispettivamente Jessica Harper e Stefania Casini), due dei personaggi chiave del film Suspiria, diretto da Dario Argento, nel 1977 (ricordate questa data!), e tratto dal romanzo Suspiria de Profundis di Thomas de Quincey. 
La storia narra di una giovane ragazza americana, Susy Brenner,  che decide di trasferirsi a Friburgo, in una prestigiosa accademia, per proseguire i suoi studi di danza classica.  Nella scuola stringerà una forte amicizia con Sarah, e insieme, le due scopriranno che qualcosa di più malvagio si nasconde dietro quelle mura, qualcosa che va oltre il razionale e prescinde dall’immaginazione. Ognuno dovrà trovare il coraggio di scampare al proprio destino.
La pellicola fece discutere molto, pareri contrastanti venivano da ogni parte della scena culturale italiana e non solo: mentre all’estero erano tutti entusiasti del capolavoro del maestro romano, in Italia c’era chi sosteneva che Argento avesse creato un’opera destinata ad entrare nella storia del cinema e chi, in modo più scettico, sosteneva che, rispetto al precedente film, Profondo Rosso, il regista “ […]  in una progressiva divaricazione si affina e si deteriora nello stesso tempo” (Tullio Kezich, Il Nuovissimo Mille Film. Cinque anni al cinema 1977-1982). 
Dopo più di quarant’anni dalla sua uscita, possiamo affermare che avevano ragione i più fiduciosi: il capolavoro di Argento, ancora oggi, rientra in quei film che hanno dato i natali al genere horror, dove, lo sperimentalismo e l’audace accostamento di mezzi scenici, secondo nuove linee guida,  hanno dato le basi a quei film horror che oggi ci possono sembrare stereotipati e caratterizzati da schemi ripetitivi.
Infatti, nel 2018, Luca Guadagnino, regista italiano, riprenderà la cornice (e con essa tanti altri subdoli particolari) dell’omonima opera di Argento, per creare un altro horror, un’altra storia e con essa un altro capolavoro della cinema italiano.
La trama di Guadagnino, sebbene riprenda in linee generali quella di Argento, è ambientata nel 1977 (di nuovo!), durante l’Autunno Tedesco, dove si sviluppa la storia di Susie Bannion (interpretata questa volta da Dakota Johnson), che arriva a Berlino, per approfondire i suoi studi di danza moderna. Conoscerà anche lei la sua Sara (qui Mia Goth), e insieme, tra una prova e l’altra, percorrendo due strade nettamente differenti, capiranno che l’accademia, insieme alle sue insegnanti, custodisce un segreto ben più grande di quello della danza, a cui nessuno può più sottrarsi. 
Ovviamene, il film di Guadagnino è molto differente rispetto a quello di Argento, e viceversa; entrambi presentano molte differenze e, al contempo, numerosissime analogie, che inizialmente non saltano all’occhio dello spettatore, e che emergono, invece, durante un’attenta riflessione ed analisi dei due film.
Una differenza lampante che possiamo notare è l’atteggiamento della protagonista di fronte agli eventi. Sicuramente Guadagnino offre una descrizione della protagonista che va oltre la narrazione della storia: il registra, infatti, fornisce allo spettatore un quadro più chiaro della sua Susie, sottolineando, il suo lato malvagio, che è dentro di se da sempre e che, lentamente, emerge durante l’evoluzione degli eventi,  la sua tempra e la sua forza che, dapprima, l’hanno portata a ribellarsi alla sua vita semplice e modellata su dogmi e principi religiosi molto rigidi, e successivamente, a non rispettare le regole imposte,  qualunque fossero le conseguenze. La Susy di Argento, invece, è una ragazza che conosciamo unicamente per come si mostra durante la narrazione, e il cui atteggiamento rispecchia chiaramente la sua natura, il suo carattere mite, la sua bontà e la sua ingenuità di fronte ad un male che le è completamente estraneo. Da ciò, possiamo comprendere come entrambe si pongano in modo differente al susseguirsi degli eventi. La prima, destinata ad un futuro (seppur già scritto) diverso da quello di semplice ballerina, comprende che il suo danzare non è solo movimento, ma una preparazione a qualcosa di più grande e di più oscuro, e l’ambizione e la forza crescente che sente dentro di se, la porteranno ad accettare ciò che accade dentro e fuori di lei, ad andargli incontro ed a realizzarlo. La seconda, invece, compreso il segreto, racchiuso tra le pareti di una semplice accademia, e compreso il macabro destino che si sta per compiere, trova il coraggio per opporsi ad esso e la lucidità per affrontare un pericolo invisibile.  
È interessante, inoltre, come il tema della madre, centrale nella storia di entrambe, ricorra tanto più nel film di Guadagnino, quanto meno in quello di Argento. Nel primo, la protagonista ripudia il proprio passato, e con esso anche la propria madre, per accettare un futuro in cui, apparentemente, lo stesso ruolo viene ricoperto da un’altra figura, e ancora, è ricorrente il tema della maternità in varie scene, sotto forma di tradizione, di racconto, di rito, ecc. Nel film di Argento, invece, non solo non c’è alcuna correlazione tra la protagonista e una possibile madre, ma in tutto il racconto, sono pochissime le scene in cui tale tema è lampante, seppur sia fondamentale all’interno del racconto stesso. Da ciò, allargando un po’ in più la visuale, possiamo notare come la maggior parte dei personaggi, all’interno di entrambi i film, siamo immersi in un’aura di solitudine, come se l’accademia rappresentasse un posto dove ognuno è solo (e soprattutto indifeso) di fronte alla cattiveria e al dolore che si diffondono in modo capillare all’interno di entrambe le scuole. 
Interessanti, poi, sono i riferimenti al film di Argento, presenti in quello di Guadagnino:  l’inaspettato  ritorno dell’attrice Jessica Harper, che da protagonista ricoprire ,dopo molti anni, il ruolo della moglie scomparsa del dr.  Klemperer,non solo, la scelta  del nome  “iris” per una delle sale da ballo dove si esibisce Susie, che fa riferimento ai fiori presenti nello studio di  madame Blanche, nel film di Argento, o ancora il gioco di luci che riguardano tutta la scena, aspetto tecnico importante, che nella pellicola di Argento viene utilizzato attraverso l’uso di luci di diversa tonalità, mentre in quello di Guadagnino viene ripreso, principalmente,  con utilizzo del rosso e del viola. 
Credo che entrambi i film siano simbioticamente connessi, che non si possa vedere l’uno senza aver visto l’altro e che, da soli, non trasmettano quel bagaglio di emozioni e quella bellezza che gli è propria e che, inevitabilmente, diventa parte di te. 

𝓐𝓵𝓮𝓼𝓼𝓪𝓷𝓭𝓻𝓪 𝓓𝓲 𝓖𝓻𝓾𝓽𝓽𝓸𝓵𝓪

sabato 28 marzo 2020

𝐔𝐧 𝐟𝐢𝐥𝐦 𝐚𝐥 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐨: 𝐼𝑛𝑡𝑜 𝑡ℎ𝑒 𝑊𝑜𝑜𝑑𝑠


In medio stat virtus. Tra la passività e l’incontentabilità, tra l’agonia e l’eccitazione febbrile, tra il terrore e la temerarietà, tra le responsabilità e la sconsideratezza, tra la realtà e la fantasia, forse tutto ciò che vogliamo è una via di mezzo. L’insensatezza di una vita piena di domande che lascia a noi il dovere di trovare le risposte ci rende esitanti, confusi. E l’unica consapevolezza in grado di rinfrancare il nostro cuore è che non siamo soli. 
Into The Woods (2014) è una trasposizione sul grande schermo di uno dei musical più popolari nella storia di Broadway, un progetto ambizioso affidato dalla Disney a Rob Marshall, già regista nel 2002 di Chicago e interpretato da un cast stellare tra cui ricordiamo Meryl Streep, Emily Blunt, James Corden, Anna Kendrick, Chris Pine, Lila Crawford, Daniel Huttlestone e Johnny Depp. Nucleo vitale della storia è il bosco, luogo in cui si intrecciano i destini di un insieme di variegati personaggi, tra cui ritroviamo i nomi delle quattro intramontabili fiabe dei fratelli Grimm: Cenerentola, Cappuccetto Rosso, Rapunzel e Jack e la pianta di fagioli. 
Questa brillante narrazione, dunque, unisce elementi della tradizione a riflessioni che interessano un pubblico moderno ed eterogeneo. Si ammira un comparto tecnico che dà forma ad uno sfondo che arricchisce di suggestioni e di mistero un frenetico susseguirsi di avvenimenti, di cui si riconosce merito agli scenografi Dennis Gassner ed Anna Pinnock e alla fotografia di Dion Beebe. La sceneggiatura, curata da James Lapine, autore del libretto dell’opera originale del 1986, edulcora la materia prima per renderla fruibile ad un pubblico più ampio e le canzoni, performate in maniera impeccabile dagli interpreti scelti, si succedono in un ritmo serrato, incalzante, permettendo allo spettatore di sentirsi sempre coinvolto, interessato ai continui ribaltamenti della trama. 
A partire dal prologo corale Into The Woods, per arrivare a brani osannati dalla cultura pop come Your Fault, Agony, Stay With meLast Midnight, No One Is Alone e Children Will Listen si alternano momenti che sbeffeggiano i canoni della letteratura e della cinematografia a tema fiabesco e stimoli per un’analisi di tematiche più profonde e delicate come le conseguenze del diventare genitori, la paura di lasciare che i figli si allontanino dal nido per affermarsi nella loro individualità, la limitatezza delle regole e dei dettami della società. In conclusione, credo che Into The Woods sia un esempio di magistrale cinema di intrattenimento.

Elena Pizzi Romano

venerdì 27 marzo 2020

𝐆𝐚𝐲𝐚 𝐏𝐨𝐬𝐬𝐮𝐦𝐚𝐭𝐨 - 𝑄𝑢𝑒𝑙 𝑐ℎ𝑒 𝑟𝑖𝑠𝑜𝑟𝑔𝑒


Siamo abituati a vedere le cose secondo una prospettiva meramente antropocentrica: il coronavirus ci costringe a rimanere in casa, alcuni hanno trovato in questa restrizione l’opportunità di fare ciò che si aveva da sempre rimandato… per altri è l’inferno…
Ma se per un istante guardassimo fuori, alla ricerca dei bisogni del mondo e della natura, spesso trascurati, in quanto percepiti come semplici realtà di cui usufruire, noteremmo che dalla nostra assenza nelle strade, nei mari, tra le montagne, sta trovando il modo di emergere un’Atlantide sommersa, da ormai troppo tempo: la laguna di Venezia ha ritrovato la sua antica limpidezza, tanto da poter intravedere i numerosi pesci che la abitano; anche gli uccelli sembrano godersi la pace della laguna: è infatti stata avvistata una coppia di Germano Reale che ha costruito il proprio nido sul pontile di attracco dei vaporetti, nel cuore di Piazzale Roma; nelle acque che abbracciano Trieste e Cagliari, così vicini al porto da essersi insinuati sotto la prua delle barche all’ormeggio, sono ritornati i delfini, che danzano eleganti a pelo d’acqua. Magnifici esemplari di minilepri, a Milano, nella zona di Musocco, animano i giardini del quartiere.
Non solo: non è raro, infatti, veder razzolare per il centro storico di Sassari intere famiglie di cinghiali, o avvistare daini e cervi alla ricerca di erba fresca e arbusti succulenti in campi da golf e ville, approfittando della quiete, e facendo anche un tuffo nelle piscine dei resort!
È spettacolare e squisitamente suggestivo come dal nostro silenzio si sia alzata la voce del ‘rumore’ che solitamente, ci fa soltanto da colonna sonora alla frenetica quotidianità; assolutamente incredibile come dal nostro letargo, stia germogliando in contemporanea, un mondo dimenticato che ritrova i suoi spazi, rinascendo dalla triste nube di fumo e calore cui l’abbiamo ridotto e che rimaniamo estasiati ad osservare da dietro le persiane.
Abbiamo lasciato che Persefone si ricongiungesse alla madre, abbandonando l’Ade, e lei può, ora, dirigere l’orchestra della natura, facendo risuonare la sua eco sopra i tetti delle nostre case.
Questo è emblematico, e credo ci aiuti a figurare in maniera commovente il variopinto arazzo della vita, sul quale ci siamo tessuti in primo piano, ignorando che la vita continua anche senza di noi, ed anzi, talvolta, risorge.

giovedì 26 marzo 2020

Un film al giorno: 𝐼𝑙 𝑠𝑖𝑙𝑒𝑛𝑧𝑖𝑜 𝑑𝑒𝑔𝑙𝑖 𝑖𝑛𝑛𝑜𝑐𝑒𝑛𝑡𝑖


The Silence of Lambs: titolo originale del film del 1991 diretto da Jonathan Demme e tratto dall’omonimo romanzo della trilogia di Thomas Harris
La narrazione si muove su due linee rette parallele: quella riguardante il serial killer, già rinchiuso in massima sicurezza per omicidio e cannibalismo, e quella dell’omicida denominato Buffalo Bill per la sua tendenza a uccidere e scuoiare vive le sue vittime tutte di sesso femminile e sulla cui identità si stanno ancora facendo delle indagini. I due filoni narrativi si incrociano nel momento in cui viene assunta da una squadra dell’FBI una giovane psicologa, Clarisse, interpretata da Jodie Foster, che ha il compito di tentare un colloqui con quello che chiamano Hannibal Lecter che, si sospetta, possa essere in possesso di informazioni fondamentali per la risoluzione del caso Bill. Quello che, a questa descrizione, appare come un semplice intreccio di un thriller ben costruito, è in realtà la trama di un film che, alla fine, si rivelerà una sanguinosa e sofferta psicanalisi, non solo della mente di due oscuri e complessi serial killer, di quella della giovane studentessa o quella delle vittime innocenti, ma, soprattutto, la vostra! Lo spettatore, infatti, sin dalle prime scene è insistentemente costretto, non tanto a schierarsi dietro o oltre le sbarre, ma piuttosto a interrogarsi sulla propria reale posizione. In questo modo, le domande piuttosto invasive che, al contrario di come dovrebbe essere, Hannibal Lecter rivolge a Clarisse, ci forniscono l’immediata possibilità di interrogarci sul nostro passato, scavare in noi stessi e ricercare le motivazioni che ci spingono a ricercare nel presente. Se, però, come i protagonisti della pellicola (e come tutti), si ha un passato oscuro, semplicemente perché forse non si ripercorre spesso, tutto può essere messo in dubbio e, camaleontici, spostarci dall’immedesimarci prima nella giovane Clarisse, schierandoci dalla parte del bene e poi dalla parte dei serial killer. A questo punto, rischiando di farci assalire dal dubbio: siamo la misteriosa e affascinante Clarisse; il serial killer finito inevitabilmente in carcere perché fedele solo al suo appetito e alle sue leggi o proprio come il serial killer a cui si dà la caccia: un’identità barcollante e un’immagine di se stesso così odiosa, disgustosa e rivoltante, da sentire il bisogno di riversare l’idea di se stesso nei costumi da travestito che indossa nel rito dell’uccisione e della tortura inflitta alle sue vittime taglia quarantadue che lascia morire di fame e, infine, nella sua personale ricerca di bellezza, brama, leggerezza, perfezione di vita, possibile solo nel momento della morte, come accade al bruco che, morendo, diventa farfalla.  E, dunque, chi è la vittima, chi il colpevole carnefice? E tu, sei la causa del belare degli agnelli innocenti o vuoi zittirlo? 

Chiara Maria Grasso



mercoledì 25 marzo 2020

Un film al giorno: Il racconto dei racconti



Il racconto dei racconti, ovvero l’intrattenimento non per bambini

Le fiabe folkloristiche sono caratterizzate da un forte senso di brutalità, bizzarro e grottesco, ma questi elementi sono stati col tempo sempre più tralasciati per andare incontro al gusto di un pubblico infantile e perseguire un fine puramente educativo. «Addolcire la medicina con il miele» diceva Lucrezio, e ciò anche a costo di sacrificare l’aspetto più cupo e intrigante di un intero genere letterario.
Fortunatamente, non è questo il caso de Il racconto dei racconti, film del 2015 diretto da Matteo Garrone (regista di Gomorra) con Salma Hayek, Vincent Cassel, Toby Jones, Shirley Henderson, Stacy Martin. Parte del cast sono anche due italiani, Alba Rohrwacher e Massimo Ceccherini.
Ispirato a Lo cunto de li cunti overo lo trattenemiento de peccerille, raccolta di 50 fiabe in napoletano scritte da Giambattista Basile all’inizio del XVII secolo, il film tratta in particolare i racconti La pulce, La vecchia scorticata e La cerva fatata
Il legame tra questi (quasi irrilevante, alla maniera ovidiana nelle Metamorfosi) sono tre tematiche connesse alle figure femminili – maternità, sensualità, matrimonio – che vengono completamente stravolte.
Le diverse storie coesistono nello stesso universo fatto di scenari di lussuria che ricordano orge bacchiche, di donne bellissime che sembrano uscite da dipinti preraffaeliti, ma anche di visioni inquietanti e insolite e di bestie ripugnanti. Iconica è la scena in cui la regina di Selvascura (Salma Hayek) divora un cuore gigante per compiere un incantesimo e poter avere un bambino.
Frequenti sono momenti come questo, in cui prevale il silenzio per dare spazio ad una recitazione molto incentrata sulla fisicità e sugli atteggiamenti: questo meccanismo rispetta l’intento originario del genere di non far provare attaccamento verso i personaggi, ridotti a meri simboli del vizio, ma piuttosto indurre a ricavare un insegnamento dalla storia. Ad essere biasimate sono le ossessioni che accomunano tutti i protagonisti: sia che esse riguardino la maternità, il matrimonio, il sesso, l’intrattenimento o la fuga, sono in ogni caso portate ad un’esasperazione tale da diventare motivo di decadenza e rovina. Tuttavia, il trasporto in questo mondo fantastico e orribile è tale da mettere in secondo piano proprio la morale della favola.

Maria Elena Prudente

martedì 24 marzo 2020

Un film al giorno: Occidente


Com'era il mondo prima delle immagini?
H, un regista fuggitivo in esilio, torna nella città industriale da cui è fuggito tempo prima; qui ritrova Gloria, la donna amata che si era lasciato alle spalle. Ma la trama è poco rilevante, infatti gli elementi fondanti che caratterizzano l’opera di Jorge Acebo Canedo sono altri.
Essa, a parere personale, si comporta come un film abbastanza scarso, se visto da un punto di vista convenzionale, essendo privo di un filo conduttore perde l’attenzione dello spettatore dopo neanche venti minuti, però ha un grande potenziale: fotografia a dir poco eccezionale, riferimenti alla storia passata, probabilmente anche a sindromi psicologiche non di poca importanza. 
Il problema allora qual è? Per capire a fondo la morale che il regista vuole evidenziare bisogna far molta attenzione ai piccoli dettagli, esaminare i personaggi con impegno, conoscere la storia antica e interpretare ogni singola scena. Ma queste non sono caratteristiche tipiche di un film, bensì di un quadro, un dipinto o una fotografia, magari anche una scultura. Ecco perché Occidente è qualcosa di diverso, esteticità pura,una vera e propria fotografia vivente che punta a spostare l’attenzione dello spettatore non più sulla trama e sui dialoghi superflui, ma sulle immagini e le frasi sconnesse che esso presenta; solo verso la fine della rappresentazione infatti, viene sottolineato a parole il senso della rappresentazione:con il tempo, si tende sempre di più ad ignorare il passato, l’arte e la storia che da essa ne deriva vengono sempre più accantonate. Occidente ci presenta un’innovativa forma d’ arte con lo scopo di incentivare la critica artistica e culturale.  Dobbiamo concentrarci sulle piccole cose piuttosto che alla visuale generica, perché sono quelle che fanno la differenza nel mondo.

Francesca Corbo

lunedì 23 marzo 2020

Un film al giorno: Gran Torino


Walt Kowalski (Clint Eastwood) è un anziano vedovo, veterano della guerra di Corea che vive da solo in un quartiere abitato da persone di etnia Hmong. L’uomo disprezza tutti quei vicini asiatici e cerca di evitarli il più possibile. Una notte il suo giovane vicino, Thao (Bee Vang), viene costretto da una gang del quartiere a rubare la mitica Ford Gran Torino del 1972 che Walt conserva come se fosse nuova. I due inizieranno a conoscersi e diventeranno amici. Le insidie della gang non si fermeranno però, costringendo Walt a compiere un gesto estremo per porre fine alle loro azioni criminali. 
Il film è carico di dialoghi intensi e scene che riflettono il passato western di Eastwood. 
Il personaggio principale, Walt, è un uomo deluso dalla vita che ha vissuto, divorato all’interno dalle azioni compiute in guerra e che prova ribrezzo di ciò che ha costruito, soprattutto del rapporto che ha con i figli e i nipoti. 
L’unica sua soddisfazione diventa aiutare il giovane Thao e la sua famiglia. Infatti gli trova un lavoro e lo aiuta anche in alcune questioni di cuore. Per tutta la sua vita ha fatto da padrone l’odio, ma proprio negli ultimi giorni Walt inizia ad amare e a chiedere perdono per ciò che ha fatto. Assume un’atmosfera quasi biblica e Walt diventa un martire della sua Buona Novella: “Non è mai troppo tardi per chiedere perdono degli errori commessi in passato e cambiare”. 

Jacopo Parente

Un film al giorno: Fantozzi


“Un film grottesco è un film che si basa sulla narrazione di eventi assurdi e surreali attraverso la deformazione di alcuni aspetti della realtà … Nella maggior parte dei casi …  è una critica nei confronti della società, di un sistema politico, di un personaggio. Tale critica avviene attraverso la ridicolizzazione dell'elemento preso in considerazione, rendendolo eccessivo e stravagante. Si può considerare il film grottesco un sottogenere del film drammatico, anche se non mancano evidenti riferimenti al comico.” 
Questa è, secondo Wikipedia, la definizione di uno dei generi cinematografici più interessanti e dimenticati nel panorama del grande schermo contemporaneo.  Dal kubrickiano Il dottor Stranamore, ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba all’italianissimo Fantozzi  il cinema del bizzarro ha sempre regalato spunti di riflessione molto profondi, conditi da risate ed irriverenza.
È proprio sull’opera di Paolo Villaggio che mi vorrei soffermare, in particolare sui primi due capitoli Fantozzi ed Il secondo tragico Fantozzi.
Entrambi i film seguono le disavventure del ragionier Ugo Fantozzi, interpretato dallo stesso Villaggio, impiegato in una grande azienda, dove dovrà vedersela, oltre che con la malasorte, anche con l’indifferenza dei propri colleghi, tra cui Filini (Gigi Reder), e gli abusi dei suoi superiori.
Queste due pellicole dal sapore amaro e pungente hanno avuto una tale fortuna  da entrare per sempre nell’iconografia pop italiana, ergendo lo scalognato Fantozzi a vassallo di un’intera classe sociale troppo spesso sopita e dimenticata. 
La regia didascalica, ma dalle sfumature visionarie ed oniriche, vedesi il finale del primo capitolo, pregno di concettualità e simbolismo, di Luciano Salce ci immerge pienamente nel mondo grigio e beige del ragioniere, fatto di soprusi ed angherie, di sottomissione ma anche di rari tentativi di rivalsa. Quando, infatti, come un moderno Alfieri, Fantozzi si scaglia contro i “padroni”, il suo titanismo viene repentinamente soffocato da un qualcosa di troppo più grande di lui: “la Megaditta”.
In Fantozzi non vi è solo la caricatura di un impiegatucolo goffo ed ingenuo, ma vi è il ritratto di un’ Italia passata ma attualissima, quella degli anni '70-'80. Guardare Fantozzi è come osservare la nostra nazione posta davanti ad uno di quegli specchi deformanti del Luna Park, possiamo riderne, possiamo riscontrarne le goffe accentuazioni di alcune forme, ma continuiamo a riconoscerla e continuiamo a riconoscere noi stessi nella sagoma difforme del ragioniere.
La penna di Villaggio, autore dei libri di cui questi due lungometraggi sono la trasposizione cinematografica, funziona a strati. Egli delinea tre diverse chiavi di lettura delle sue opere. La prima, a cui si deve la larga diffusione dei film, è pregna di comicità fisica, immediata, che rende il tutto facilmente godibile da una larghissima fetta di pubblico. Che la saga di Fantozzi  sia fortemente nazional-popolare è fatto ben noto ed innegabile, ma anche molto positivo, poiché l’ampiezza di pubblico facilità la veicolazione di quelli che sono i messaggi più cupi e profondi che si celano negli altri due  strati. Il secondo è infatti saturo di malinconia ed amarezza, figlie della condizione del ragioniere e che si possono leggere nel suo sguardo languido e remissivo. Il grigio del vestito del “ragionier Fantocci” è lo stesso della “nuvola dell’impiegato” che lo perseguita, ma anche lo stesso degli uffici della megaditta e delle pareti della casa dove vive con la fedele moglie Pina. Ma è il terzo di strato quello che spaventa i più, e che genera quel desiderio di svilire tutta l’opera a semplice commedia banale e sempliciotta, ossia la feroce critica sociale. Villaggio si scaglia contro quella che era la società in cui viveva, una società che aveva  perso di vista i valori, gli obiettivi, una società figlia di un consumismo sempre più incidente, che aveva riempito tutti di frigoriferi, maxi televisori, polaroid, ma li aveva svuotati di certezze, di amore e di colore, riducendo tutto, ancora una volta, al grigio del vestito del ragioniere.
Più che una tragica recensione, questa è una lettera d’amore, ad un personaggio, ad un opera, ad un messaggio che fungono da monito per tutti noi, affinché non dimentichiamo mai  di guardare il mondo a colori.

p.s. Sono daltonico

Mario Pio Adamo


domenica 22 marzo 2020

Giulio Miele - Il preludio


Viviamo costantemente nella storia, ma non ci siamo mai fermati a guardare. Mai ad ascoltare profondamente. Sì, nel profondo della vita. Mai l’abbiamo ritenuta così tragicamente sacra. Solo nella lotta, sul campo di battaglia il guerriero osserva la morte, e solo in quel caso combatte per la vita. Un ossimoro impareggiabile: “combattere per la vita”. Ma cosa è diventato il sacro per noi? Non abbiamo mai desiderato  ricercare la verità nella terra, in una mano, in una sera. Non l’abbiamo mai gustata in un altro essere. Siamo sempre stati convinti, presuntuosamente, che l’unica verità non dovesse provenire da un’emozione, da una lacrima, da qualcosa di concretamente visibile. Non la terra, ma il cielo. Ci siamo fatti abbandonare dalla nostra stessa natura. Dalla natura stessa. Abbiamo preferito disoccuparci, non prenderci cura egli eventi, di un giorno, di un sorriso. Gli anticorpi della terra si espandono, chiedono solo di essere ascoltati. Un nemico che mai prima d’ora avremmo creduto di dover affrontare. La morte delle persone non dovrà servire solo ad altra morte, ad altra sofferenza. Dalla carne viene carne, dalla morte può venire vita. E’ proprio l’essere inermi, l’essere assoggettati da un alone di mistero a farci crollare. Ma se l’uomo può solo debolmente affliggersi per gli eventi e non rafforzare lo spirito e la consapevolezza di se stesso, non siamo una razza che merita ancora di camminare eretta. Se l’intelligenza ci ha portato all’asservire il prossimo e la nostra casa, non meritiamo la vita. “Restiamo a casa”. Ma cosa vuol dire casa? La casa è una culla, la protezione. Qualcosa che onoriamo, che preserva la nostra vita. Ma abbiamo realmente onorato la nostra casa o la nostra vita? Siamo diventati ferro, ma ci siamo forgiati da soli il nostro destino. Se non capiremo la prova che la vita ha voluto darci, potranno essercene altre mille. Rimarremo aggrappati inutilmente alle nostre atmosferiche immaginette, ma mai alla gravità che ci àncora alla nostra casa. La casa che condividiamo tutti. Una terra incolta, che abbiamo abbandonato da tempo.

Il preludio

Un gelso fiorirà ancora
e nulla fermerà il suo ardore.
Un uomo volerà ancora,
senza ali – unicamente presente.
Libero.
La vertigine attanaglierà ancora
Il nostro stomaco.
Saremo ancora pervasi dall’errore,
ma consapevoli.
Mai si fermerà la nostra forza.
Ma se è luce ciò che seguiremo,
sarà di luce illuminata la strada.
Non terremo più a freno le dita,
per paura.
Non prostreremo mai più
gli occhi al cielo.
Ma alla terra secca daremo il seme,
la nostalgia di germogliare ancora.
Solo la simbiosi di guerrieri disarmati
fermerà la guerra.
Un unico scopo – un unico spirito.
Un’unica natura.
Mai più ricercheremo nel falso la saggezza,
la nostra salvezza.
Ma solo in noi – nelle nostre radici.

Un film al giorno: Labyrinth. Dove tutto è possibile

Un fotogramma di Labyrinth
In questo periodo di noia casalinga, in cui ognuno di noi ha improvvisamente tanta voglia di correre e andare in giro per il mondo, abbiamo deciso di sfruttare al meglio i nostri mezzi per  fare un viaggio nella storia del cinema: si va per la terra dei goblin degli anni ’80.
Sarah, una ragazzina un po’ fissata con i libri fantasy, interpretata da Jennifer Connelly e doppiata da Ilaria Stagni, ha il compito di badare per una sera al fratellino Toby, mentre il padre e la matrigna sono fuori.
Colma della tipica gelosia che accomuna quasi tutti i fratelli maggiori e innervosita dai pianti continui del povero marmocchio, la protagonista invoca ingenuamente il re dei goblin, Jareth, interpretato dall’amatissimo David Bowie (che, per opinione di molti,è in realtà la vera star del film) e doppiato da Roberto Chevalier. Jareth, così, rapisce Toby e sfida Sarah ad arrivare al suo castello attraversando il labirinto, e se entro le sette non sarà riuscita nella sua missione, il fratellino diventerà un goblin.
La nostra protagonista incontrerà una serie di ostacoli, “nemici da sconfiggere”, ma anche degli abili aiutanti, tra cui Gogol. Tutti questi  personaggi secondari sono rappresentati da fantocci “stile muppets” (infatti, il film in questione è opera di Jim Hanson, regista conosciuto soprattutto grazie ai suoi indistinguibili amici pupazzi, che hanno animato l’era degli anni’80 e ’90) i quali,insieme a Bowie, trasformeranno il film in un coinvolgente musical. 
Nonostante possa sembrare uno spettacolo per bambini, è invece un musical che consigliamo a tutte le fasce d’età, e particolarmente a chi non vuole aspettare l’estate per tuffarsi nel mondo della fantasia vintage.

Francesca Corbo 
Jacopo Parente

venerdì 20 marzo 2020

Un film al giorno: Suspiria


Elena Pizzi Romano

Il paradigma del tema stregonesco

Suspiria è un film del 1977, diretto da Dario Argento e interpretato da Jessica Harper, Stefania Casini, Barbara Magnolfi e Alida Valli.
La storia, ormai nota ai più, ruota attorno alle vicende della giovane Susy Benner, recatasi in Germania, presso la prestigiosa accademia di danza di Friburgo, per perfezionare le sue capacità artistiche, la quale assiste a uccisioni al limite del paranormale, estremamente cruente e inspiegabili. 
I due punti di forza della pellicola più acclamata di Argento sono l’estetica visionaria e l’astrattismo espressivo. L’uso dei colori, la bellezza enigmatica e d’impatto degli ambienti, la creatività con cui si delinea uno scenario iconico e ammaliante ipnotizzano lo spettatore. La teatralità della recitazione, la colonna sonora indelebile e incalzante, il peso oppressivo del respiro, l’atmosfera irreale, avvolta di mistero, il richiamo sottotesto all’Elogio della Follia di Erasmo da Rotterdam conferiscono alla narrazione elementi preponderanti della sfera dell’inconscio, dell’ignoto, rievocando opere artistiche interamente focalizzate sulla complessità della mente umana, come quadri di Dalì, Magritte, Ernst e Miró. All’interno della pellicola vi sono anche omaggi alla letteratura favolistica e allegorica e un’influenza che mi appare lapalissiana è la scuola esoterica steineriana. 
In conclusione, ritengo che Suspiria meriti la fama di cult del genere horror per la sua ricchezza di suggestioni e per la sua destrezza nello sconvolgere e sedurre colui che assiste alla rappresentazione scenica. 

* * *

Maria Elena Prudente
Un nuovo linguaggio per Suspiria

Tutti noi conosciamo Suspiria, film horror di Dario Argento del 1977, che sia per la penetrante colonna sonora o per la sua celebrità. «Una giovane americana si trasferisce in Germania per entrare in una prestigiosa scuola di danza, per poi scoprire che questa è la sede di una congrega di streghe»: al suo debutto, e per anni a venire, questa storia turbò genuinamente le menti del pubblico. 
Tuttavia, uno spettatore di oggi, abituato ad effetti speciali impeccabili, non lo accoglierebbe con lo stesso stupore, e anche la narrazione gli risulterebbe di difficile comprensione, dato che Argento cela per tutto il film ciò che sta realmente accadendo: è proprio questo straniamento che oggi ci fa accogliere il film con un certo disagio. Nonostante ciò, le immagini psichedeliche e la teatralità della recitazione di questo cult del cinema horror hanno acquisito col tempo un nuovo fascino, ed è difficile ricreare un'atmosfera tanto suggestiva.
Il remake del 2018 di Luca Guadagnino è forse l'erede più riuscito che potessimo aspettarci. Certamente è più appetibile per un pubblico moderno: Guadagnino crea un quadro più coerente e realistico, approfondendo alcuni aspetti della trama che erano stati marginalizzati da Argento per dare spazio ad un universo di suggestioni, aggiungendo nuove sottotrame e rivelandoci quasi da subito quello che invece nell'originale era mostrato solo alla fine.
L'estetica non fa più leva su colori intensi e sgargianti, ma gran parte della bellezza visiva nel film è nelle mani delle due ipnotizzanti attrici protagoniste, Dakota Johnson e Tilda Swinton (già muse del regista in A Bigger Splash). Una novità è la carica omoerotica, impronta caratteristica del cinema di Guadagnino, che ben si abbina all'aura rassicurante che emana la nuova versione di Madame Blanc. Anche se i personaggi si sono addolciti, non manca il senso del grottesco, che fin da subito si fa sentire e si accentua sempre di più, strizzando l'occhio all'originale con alcuni effetti piuttosto surreali.

* * *
Chiara Maria Grasso
Suspiria (2019) di Luca Guadagnino 

Quante volte, in questo strano periodo di quarantena forzata, in uno scenario che ci sembra a dir poco 
post-apocalittico, ci è capitato di dire: «sembra di essere in un film»? Ebbene, per allontanare ogni visione pessimista o terrificante, abbiamo deciso di esorcizzare, da bravi allievi del teatro greco, la paura con la paura. "Pietà e terrore" che solo un regista camaleontico e contemporaneo come Guadagnino può offrirci nell’abbandonarsi alla stesura delle scene di Suspiria. Il film, non è, in realtà, tutto merito dell’occhio di Guadagnino, ma è ispirato ad una storia molto più antica e suggestiva. La trama originale, infatti, fu scritta nel 1845 dall’inglese Thomas de Quincey in seguito al soggiorno nella casa dei conti Imbonati a Milano che all’epoca si diceva infestata. Lo scrittore, infatti, fu ispirato proprio dai sogni che egli fece nell’abitazione lombarda nei quali, dichiara lui stesso, gli fece visita la dea latina Levana, che gli presentò le tre streghe protagoniste del suo romanzo e del film di Guadagnino (e non solo), Mater Lacrimarum, "Nostra Signora delle Lacrime", Mater Suspiriorum, "Nostra Signora dei Sospiri" (da cui il titolo Suspiria) e Mater Tenebrarum: "Nostra Signora delle Tenebre". Prima di parlare del capolavoro del regista italiano, però, è bene prendere in considerazione quello che in realtà è il primo film in assoluto girato sulla leggenda delle "Tre Madri": Suspiria di Dario Argento del 1977 dal quale però, sicuramente, Guadagnino viene a conoscenza della trama a lungo sconosciuta al pubblico, ma che è da lui completamente riadattata. Il film di Argento, infatti, non si sofferma più di tanto sulla trama, che ci appare alquanto sconnessa, e sul tema delle streghe, che sembra quasi messo in secondo piano, ma piuttosto sull’estetica al contempo luminosa e grottesca che diventa, in quegli anni, manifesto del cinema horror degli anni 70. Quindi, nell’analisi del film di Guadagnino, quest’ultimo apparirà quello che con il tempo è diventato non solo, un cimelio del museo cinematografico, ma il fondamentale punto di partenza di Guadagnino. Ovviamente, la differenza sostanziale delle due trasposizioni cinematografiche, è che quella più recente, anche dal punto di vista tecnico e non solo interpretativo, ci offre molta più modernità (automaticamente e d’istinto molto più facilmente apprezzabile) anche per quanto riguarda il cast, pieno di attori abbastanza noti tra cui le protagoniste interpretate da Tilda Swinton, Helena Markos, appunto, la "Mater Suspiria" e Dakota Johnson, celebre protagonista della saga 50 sfumature di…, Susie Bannion. Ciò che, però, potrebbe accomunare le due versioni è l’allusione al teatro, che in Argento rivediamo soprattutto sotto il punto di vista della recitazione che, per un grande schermo appare alquanto esagerata ed eccessiva, dunque, non abbastanza realistica come, invece appare quella del cast di Guadagnino e, invece, in quest’ultimo, nella suddivisione in "atti". Ciò che, invece, creerebbe un netto contrasto è sicuramente l’atmosfera e la concezione di "paura". Quello di Guadagnino, infatti, come già ci aveva abituato con un altro suo capolavoro cinematografico Chiamami col tuo nome è un horror immerso nella foschia del "non-detto", dell’esoterico, dell’occulta pretesa di classificarsi come horror, o, quantomeno, di aderire completamente alla definizione classico, presentandosi, non più come ostentatamente pauroso, ma quasi "umano". Se nel film del ’77 le streghe erano state accantonate, Guadagnino le pone fin dall’inizio al centro della scena soffermandosi su elementi evocativi della tradizione riguardante le streghe e il modo in cui, soprattutto nel quindicesimo secolo, sono state raffigurate: i capelli lunghi e rossi della protagonista, gli abiti antiquati e le gonne troppo lunghe anche per la Berlino del secolo scorso, oppure, nelle scene finali i costumi di scena e il palcoscenico su cui si muovono le ballerine che rimandano chiaramente ai Pentaconi sabbatici. Più che su quest’estetica, che nasce comunque con la caccia alle streghe di stampo inglese come il racconto originale, il film si basa soprattutto sul codice della danza, anch’esso di sfondo e presentato come pretesto nella versione di Dario Argento. Il contesto accademico, infatti consente a Guadagnino di costruire meglio l’ambiente e il concetto di "congrega", anch’esso legato al mondo delle streghe, e che, come ogni gruppo ristretto, al di fuori della realtà (quasi come farebbe Bertolucci), anche questa ha un proprio linguaggio: quello della danza che è parte integrante del film e si presenta quasi come rituale antico delle streghe che è da loro usato per esercitare il loro potere. Quindi, ad un primo livello di lettura, quello della congrega può essere considerato un’organizzazione moderna in cui far rivivere il mistero delle streghe con tutte le caratteristiche annesse e connesse, riprese sia dalla tradizione biblica che da quella classica, come lo stesso scrittore inglese fa. Quest’aspetto, però, viene esasperato completamente da Guadagnino che, alla fine, ci mette quasi davanti ad un rito dionisiaco, un’orgia bacchica, che dovrebbe sconvolgerci, ma ci affascina allo stesso tempo: ne sono la prova, non solo la scena finale, ma anche l’eccesso nel bere e nel mangiare del momento prima dello spettacolo, il trucco della protagonista presentata quasi come vittima sacrificale, ma anche dalla danza in sé, che non rispetta i canoni rigidi della danza classica, ad esempio, ma, proprio perché "danza incantatrice", anima le ballerine in modo che loro sembrino come invase dallo spirito della magia su loro esercitata, la quale si rispecchia anche nella musica priva di parole e "sinistra", tanto da richiamare sia la tradizione classica, che quella più moderna delle streghe e dei loro riti definiti addirittura "satanici". Proprio perché Guadagnino ci vuol lasciar intendere molte cose e non sempre è esplicito nei suoi intenti, il film si presta, in realtà, a più interpretazioni, oltre che a quello della trasposizione in chiave moderna di un mondo utopico di streghe. Come ci suggeriscono le condizioni della prima protagonista che appare sullo schermo, Patricia, la danza e tutta la congrega di streghe, diventano anche motivo di delirio psicologico: profondità che, invece, in Argento manca e che, invece, in Guadagnino è ciò che, più che del sangue e delle riprese è quello che ci spaventa. Il delirio di Patricia, dunque, è, si, il delirio di una ragione che non trova risposte nel mondo da noi conosciuto, ma che si realizza, quasi come una vera e propria psicosi, nel momento in cui tutto ciò che credevamo finzione, gli incubi, il male e la violenza, si fa così radicata nella mente e nella realtà di un individuo che nel suo delirio «dice una bugia che è verità». Quello che succede alle protagoniste, infatti, è una sorta di violenza psicologia che trova appagamento nel codice apparente della stregoneria, nei sogni che, prepotenti, si insinuano nella loro mente creando incubi e addirittura convulsioni (probabile allusione all’esperienza dell’autore della legenda delle "Tre Madri" che ne ha ispirato il racconto). Oltre a ciò, Dakota Johnson interpreta un personaggio piuttosto caratteristico, non solo per il destino che le spetta, ma soprattutto perché è più delle altre, perché più inconsapevole di tutte, vittima dell’"incantesimo": l’incantesimo di un amore che, alla fine, si impossessa ed eviscera in corpo e gli consente di provare un piacere nauseante (che, poi, è lo stesso sentimento suscitato nello spettatore) di un bacio che risucchia l’anima e da potere solo ad una delle due parti, quasi come un "bacio di Giuda". L’ultima interpretazione da evidenziare, infine, è quella che emerge anche da alcune battute scambiate da alcuni protagonisti che, invece assistono dall’esterno e non sono vittime delle Tre Madri e tendono a vedere la situazione da un punto di vista "umano", paragonando la congrega al regima fascista: basato sui simboli, sulla pressione psicologia, apparentemente nascosta e innocua o, molto più incisivo, dal fatto che qualunque strega ci sia al comando, debba necessariamente eliminare tutti coloro che vogliono o potrebbero eliminare il regime da loro costituito. Inoltre, quest’interpretazione, ci viene suggerita anche dal fatto che le ragazze sono forzatamente recluse nel palazzo: un elemento che ritroviamo anche in un altro film con il quale Suspiria può essere confrontato per la stessa interpretazione che è Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini (anch’esso intrecciato con la credenza biblica, con una moralità imposta, con la violenza, che in Pasolini, però, non è celata con alcun incantesimo). Quello che, dunque, in ultima analisi proporrei come punto d’incontro dei due film appena citati è il fascino apparente e, in seguito, la tirannia che sempre si rivela quando, forse, è troppo tardi ed è ormai così imponente che lascia spazio solo per l’unica volontà che rimane (che paradossalmente dipende da un organo involontario per il corpo, ma forse, non per la mente) quella di morire; o meglio, come direbbero le streghe di Guadagnino, sopravvissute o meno, "diventare come Helena Margos".