martedì 26 maggio 2020

Elena Pizzi Romano - Fenice

Un disegno di Osamu Tezuka
Ai confini della coscienza
Giace il cadavere del nostro rapporto
L’hai ucciso lentamente
Logorandone ogni parte
Con furia e ardore
In una lettera è scritta la sentenza
E a cambiarla non sarà il tempo 
Né l’umana debolezza
Ho smesso di essere fragile
E sarai tu ad accettare termini
Stabiliti da me
Voluti da me
Niente compromessi
Fermati e osservami camminare
La Sorte bacia gli audaci
Chi per anni si è piegato dinanzi ad essa
Gode di un certo vantaggio
A volte si deve ammettere la propria limitatezza
E fare i conti con le conseguenze 
Ma preferisco mille notti di terrore 
A un altro giorno in cui mi sento niente 
Passo dopo passo, al calar del sole
Mi avvicino alla terra abitata
Saluto con un cenno la folla
Che non nota il mio passaggio
Tesso giudizi sulla tela del silenzio
Illudendomi di non essere un punto indistinto
In un cosmo troppo grande per voci insulse
Ora chiedo a me stessa
Se mi è concesso indugiare 
Su una pozza di sangue 
Ma non mi rimprovero nulla 
Io e te siamo morti nello stesso giorno
Ma io sono rinata dalle ceneri
E ti dico: «Addio!»

Elena Pizzi Romano (III F)

mercoledì 6 maggio 2020

Il Primo Re


Il Primo Re è un film molto realistico e istruttivo per conoscere la storia di Roma e il protolatino, la lingua originale di quell’epoca, merito soprattutto del regista emergente Matteo Rovere, autore di riprese stratosferiche, e dei due attori principali, Alessio Lepice e Alessandro Borghi, rispettivamente Romolo e Remo, che hanno interpretato alla perfezione i due leggendari gemelli. Merito va anche agli altri attori e ai vari specialisti che hanno curato nei dettagli il film. La storia inizia con l’esondazione del Tevere che travolge i gemelli, i quali stavano pascolando il gregge, e li trasporta presso Albalonga, dove diventano prigionieri. Dopo una rivolta, i due riescono a scappare con gli altri schiavi, prendendo in ostaggio la sacerdotessa del Dio del fuoco Satnei, ma Romolo rimane gravemente ferito e Remo deve difenderlo dagli altri che vogliono sacrificarlo. Egli così diventa il capo di questa tribù, che si stanzia nella foresta e obbedisce ai suoi ordini; intanto Romolo si riprende, e la sacerdotessa profetizza che uno dei due fratelli ucciderà l’altro e diventerà re di una nuova città. Remo non crede alla profezia e decide di dividere la tribù in due parti così che Romolo si allontani da lui, ma lo scontro tra i due sarà inevitabile, complice un’imboscata degli Albani alla tribù di Remo. 
Di questo film colpisce la moltitudine di scene cruente che non risparmiano spargimenti di sangue, e quindi lo stile di vita di quegli uomini, che erano sostanzialmente ancora selvaggi, poiché non ancora a contatto con la civiltà greca.
Il tema del film è il confronto tra il sapere umano, rappresentato da Remo, e il sapere divino, rappresentato da Romolo, che ancora oggi è attuale, poiché rappresenta la spaccatura tra fede e ragione, su cui si è discusso per secoli e secoli senza mai arrivare ad una conclusione comune. 
Sorge la domanda su quale delle due opzioni sia preferibile… ma questo sta a ciascuno sceglierlo!

Alessandro Barricelli
Matteo Carbone
Vittorio Porfido
Vincenzo Sessa
Matteo Tarantino

I cinque fanno parte dell'autoproclamatosi gruppo "Cinephysis", nato nei giorni dell'emergenza Coronavirus per vedere insieme e discutere di film d'autore e non.



venerdì 1 maggio 2020

Natalia Ciullo - Un 1° maggio singolare


Quanta voglia c'è nell'aria di festeggiare questo primo maggio così singolare?
Il primo maggio, festa dei lavoratori, è probabilmente una delle ricorrenze più sottovalutate che compaiono in rosso sul calendario e forse anche quella meno consumistica di tutte. Per la maggior parte della nostra società che non ha nemmeno idea del perché esista una festa del genere e per gli studenti che se ne interessano solo quando non cade di domenica è un peccato che non ci sia a fare da promemoria per esempio l'equivalente delle mimose. Sì, quelle mimose usate come centrotavola in quei bei ristoranti dove comitive di signore di mezz'età trasgrediscono per una sera le regole della brava donna tutta casa e chiesa! O magari potrebbe esserci qualcosa che duri più di un giorno, come i panettoni e le lucine colorate da tirar fuori in onore della nascita di un bambino in cui per il resto dell'anno, eccezion fatta per Pasqua e Pasquetta, si dice di non credere affatto. In assenza di un qualsiasi oggetto da commercializzare per ricordare al fiume impetuoso di lavoratori che è il loro giorno, la loro festa, quale modo migliore di celebrare il primo maggio se non con del meritato riposo? Tutti i lavoratori, o almeno quelli che non devono salvare vite o tenere aperto un centro commerciale, si fermano per un po' e si godono il simbolico giorno di relax che spetta loro per il lavoro di un anno intero. Ma se tu fossi già a riposo forzato da più di due mesi, come converrebbe festeggiare? O meglio, ci sarebbe ancora qualcosa da festeggiare? Dal momento che non ci sarebbero bar o ristoranti aperti o parchi accessibili dove poter trascorrere questo giorno e considerando che gran parte dei lavoratori non osa perfino avere l'umore a terra temendo di dover pagare anche quello con soldi che non sta guadagnando, la risposta più ragionevole è che questa volta, evento raro quanto un anno bisestile così catastrofico, tocca riflettere sul serio e non condividere semplicemente su Instagram una breve e suggestiva riflessione filosofica sull'importanza del lavoro.
Quando, nel giorno che celebra i lavoratori, le persone sentono il peso angosciante di una fine che sembra non arrivare mai, di un limbo statico in cui si è impotenti e inermi, si rivendica il lavoro, secondo un'accezione troppe volte dimenticata, prima di tutto come dignità. Lo è per una donna che vuole dimostrare di poter essere non solo mogli e madre,come forse le è stato insegnato sin da piccola!
La parte idilliaca della dignità lavorativa infatti finisce quasi sempre nel momento in cui ad esempio, per tenerti il posto, sei costretta a dimenticare di avere diritto alla maternità, sia se il pancione tu l'abbia già sia se nutra soltanto il desiderio di averlo. È il lavoro che fai inoltre che la società prende in considerazione quando decide con quanta rispettabilità tu debba essere trattato e dunque quanta dignità ti spetti. La favola del “tutti i lavori sono importanti e meritano rispetto” è verosimile se hai sei anni e stai scrivendo nel tema “che vuoi fare da grande” di voler diventare panettiere! Ma quando cresci e ti ritrovi costretto almeno una volta a nascondere a figli di medici, politici, magistrati che i tuoi genitori sono operai in fabbrica, scopri improvvisamente di dover avere ambizioni più alte, visto che in pochi crederebbero che sei un panettiere per scelta e non perché non sei in grado di fare di meglio.
E dopotutto come biasimare qualcuno che, a prescindere da quanto si guadagni, perché non è mai solo una questione di soldi, ambisce ad un lavoro stimato, e magari anche tutelato a dovere, piuttosto che ad un mestiere come , ad esempio, il bracciante agricolo ? Forse molti, se potessero, lascerebbero volentieri alle macchine il compito di svolgere un lavoro così duro e spesso poco remunerato.
Quando c'è di mezzo il denaro, e con quello il successo, le passioni personali spesso non sono un fattore degno di considerazione nel mondo del lavoro. Eppure ciò che realmente determina il valore di un lavoratore, molto più delle sue competenze, non è proprio la passione con cui fa il suo mestiere? Basti pensare che davvero tante persone hanno ottenuto una laurea in lettere e una cattedra al liceo, ma quanti studenti hanno capito realmente chi è e cosa rappresenta Dante nella nostra letteratura e cultura? Colpa di un docente che ha studiato quel che bastava per strappare un voto accettabile all'esame e da quel momento in poi ne sa parlare solo leggendo la spiegazione del libro di testo di turno? Come si sarebbe potuto prevedere, la scuola, che ricopre il difficile ruolo di palestra per la vita da adulti e di trampolino di lancio per il mondo del lavoro, ti abitua e fortifica concretamente solo sotto due aspetti tipicamente “adulti e lavorativi”, che poi sarebbero gli unici che ti restano una volta superati gli anni ruggenti del liceo e dell'inizio dell'università, prima insomma che il tuo fegato sia troppo deteriorato per poterti concedere un ultima sbronza con gli amici: lo stress psicofisico che non ti abbandona neanche a Natale e il complesso sistema di favoritismi e corruzioni varie con cui ognuno di noi ha a che fare prima o poi, chi per imparare a difendersene e chi per capire come trarne beneficio, a seconda di quanto stabile sia la propria integrità morale. Generalmente è quella a determinare nell'uomo la distruzione o la nascita, l'involuzione o il progresso, l'obbedienza o la ribellione, poiché di fatto è l'unica forza che, a prescindere da sentimentalismi e romanticismi, condiziona le nostre scelte e le nostre azioni.
È grazie all'integrità morale di decine e decine di lavoratori che rivendicavano a gran voce la dignità insita nel concetto di lavoro se abbiamo una festa dei lavoratori durante e in virtù della quale, oggi più che mai, possiamo mettere temporaneamente da parte un comprensibile scetticismo consolidato e batterci per un nuovo cambiamento, dal momento che la concretezza per vedere il mondo del lavoro per quello che è, una giungla di prede e predatori, è disponibile h24 tutti gli altri 364 giorni dell'anno.


mercoledì 22 aprile 2020

Francesca Spada - Il Coronavirus ferma anche il calcio


In questo momento delicato per la nostra nazione il calcio deve fare il punto su come ripartire. Tante sono le ipotesi sulla ripresa e tanti i danni che stanno avendo diverse società a livello economico tenendo conto anche della proposta di alcuni club riguardante lo stop definitivo del campionato. Al momento l’idea è quella di riprendere al più presto gli allenamenti, sanificando tutti gli impianti sportivi avvalendosi di misure di sicurezza, cercando di tutelare al meglio la salute dei giocatori e delle società. Un’altra ipotesi è quella di non disputare le partite nelle regioni più colpite dal contagio; inutile dire che ormai è certa l’assenza del pubblico per ogni incontro calcistico. Tra le tante idee di ripresa c’è anche quella di annullare i campionati o ripartire direttamente dalla prossima stagione ma con dei punti di vantaggio che rispettano la classifica attuale. In merito a ciò il presidente Vigorito e i suoi giocatori hanno ribadito più volte, attraverso dichiarazioni ufficiali, che sarebbe una follia negare la massima serie al Benevento poiché la squadra è già matematicamente in A e , dunque, non dovrebbe in un qualche modo conquistare la promozione sul campo. Non ci resta che attendere le prossime decisioni del governo.

                                                                                 

lunedì 30 marzo 2020

𝐔𝐧 𝐟𝐢𝐥𝐦 𝐚𝐥 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐨: 𝑆𝑢𝑠𝑝𝑖𝑟𝑖𝑎 (2𝑎 𝑝𝑎𝑟𝑡𝑒)


“Questo respiro, non puoi più dimenticarlo!”
 Termina così una frase del discorso tra Susy e Sara (rispettivamente Jessica Harper e Stefania Casini), due dei personaggi chiave del film Suspiria, diretto da Dario Argento, nel 1977 (ricordate questa data!), e tratto dal romanzo Suspiria de Profundis di Thomas de Quincey. 
La storia narra di una giovane ragazza americana, Susy Brenner,  che decide di trasferirsi a Friburgo, in una prestigiosa accademia, per proseguire i suoi studi di danza classica.  Nella scuola stringerà una forte amicizia con Sarah, e insieme, le due scopriranno che qualcosa di più malvagio si nasconde dietro quelle mura, qualcosa che va oltre il razionale e prescinde dall’immaginazione. Ognuno dovrà trovare il coraggio di scampare al proprio destino.
La pellicola fece discutere molto, pareri contrastanti venivano da ogni parte della scena culturale italiana e non solo: mentre all’estero erano tutti entusiasti del capolavoro del maestro romano, in Italia c’era chi sosteneva che Argento avesse creato un’opera destinata ad entrare nella storia del cinema e chi, in modo più scettico, sosteneva che, rispetto al precedente film, Profondo Rosso, il regista “ […]  in una progressiva divaricazione si affina e si deteriora nello stesso tempo” (Tullio Kezich, Il Nuovissimo Mille Film. Cinque anni al cinema 1977-1982). 
Dopo più di quarant’anni dalla sua uscita, possiamo affermare che avevano ragione i più fiduciosi: il capolavoro di Argento, ancora oggi, rientra in quei film che hanno dato i natali al genere horror, dove, lo sperimentalismo e l’audace accostamento di mezzi scenici, secondo nuove linee guida,  hanno dato le basi a quei film horror che oggi ci possono sembrare stereotipati e caratterizzati da schemi ripetitivi.
Infatti, nel 2018, Luca Guadagnino, regista italiano, riprenderà la cornice (e con essa tanti altri subdoli particolari) dell’omonima opera di Argento, per creare un altro horror, un’altra storia e con essa un altro capolavoro della cinema italiano.
La trama di Guadagnino, sebbene riprenda in linee generali quella di Argento, è ambientata nel 1977 (di nuovo!), durante l’Autunno Tedesco, dove si sviluppa la storia di Susie Bannion (interpretata questa volta da Dakota Johnson), che arriva a Berlino, per approfondire i suoi studi di danza moderna. Conoscerà anche lei la sua Sara (qui Mia Goth), e insieme, tra una prova e l’altra, percorrendo due strade nettamente differenti, capiranno che l’accademia, insieme alle sue insegnanti, custodisce un segreto ben più grande di quello della danza, a cui nessuno può più sottrarsi. 
Ovviamene, il film di Guadagnino è molto differente rispetto a quello di Argento, e viceversa; entrambi presentano molte differenze e, al contempo, numerosissime analogie, che inizialmente non saltano all’occhio dello spettatore, e che emergono, invece, durante un’attenta riflessione ed analisi dei due film.
Una differenza lampante che possiamo notare è l’atteggiamento della protagonista di fronte agli eventi. Sicuramente Guadagnino offre una descrizione della protagonista che va oltre la narrazione della storia: il registra, infatti, fornisce allo spettatore un quadro più chiaro della sua Susie, sottolineando, il suo lato malvagio, che è dentro di se da sempre e che, lentamente, emerge durante l’evoluzione degli eventi,  la sua tempra e la sua forza che, dapprima, l’hanno portata a ribellarsi alla sua vita semplice e modellata su dogmi e principi religiosi molto rigidi, e successivamente, a non rispettare le regole imposte,  qualunque fossero le conseguenze. La Susy di Argento, invece, è una ragazza che conosciamo unicamente per come si mostra durante la narrazione, e il cui atteggiamento rispecchia chiaramente la sua natura, il suo carattere mite, la sua bontà e la sua ingenuità di fronte ad un male che le è completamente estraneo. Da ciò, possiamo comprendere come entrambe si pongano in modo differente al susseguirsi degli eventi. La prima, destinata ad un futuro (seppur già scritto) diverso da quello di semplice ballerina, comprende che il suo danzare non è solo movimento, ma una preparazione a qualcosa di più grande e di più oscuro, e l’ambizione e la forza crescente che sente dentro di se, la porteranno ad accettare ciò che accade dentro e fuori di lei, ad andargli incontro ed a realizzarlo. La seconda, invece, compreso il segreto, racchiuso tra le pareti di una semplice accademia, e compreso il macabro destino che si sta per compiere, trova il coraggio per opporsi ad esso e la lucidità per affrontare un pericolo invisibile.  
È interessante, inoltre, come il tema della madre, centrale nella storia di entrambe, ricorra tanto più nel film di Guadagnino, quanto meno in quello di Argento. Nel primo, la protagonista ripudia il proprio passato, e con esso anche la propria madre, per accettare un futuro in cui, apparentemente, lo stesso ruolo viene ricoperto da un’altra figura, e ancora, è ricorrente il tema della maternità in varie scene, sotto forma di tradizione, di racconto, di rito, ecc. Nel film di Argento, invece, non solo non c’è alcuna correlazione tra la protagonista e una possibile madre, ma in tutto il racconto, sono pochissime le scene in cui tale tema è lampante, seppur sia fondamentale all’interno del racconto stesso. Da ciò, allargando un po’ in più la visuale, possiamo notare come la maggior parte dei personaggi, all’interno di entrambi i film, siamo immersi in un’aura di solitudine, come se l’accademia rappresentasse un posto dove ognuno è solo (e soprattutto indifeso) di fronte alla cattiveria e al dolore che si diffondono in modo capillare all’interno di entrambe le scuole. 
Interessanti, poi, sono i riferimenti al film di Argento, presenti in quello di Guadagnino:  l’inaspettato  ritorno dell’attrice Jessica Harper, che da protagonista ricoprire ,dopo molti anni, il ruolo della moglie scomparsa del dr.  Klemperer,non solo, la scelta  del nome  “iris” per una delle sale da ballo dove si esibisce Susie, che fa riferimento ai fiori presenti nello studio di  madame Blanche, nel film di Argento, o ancora il gioco di luci che riguardano tutta la scena, aspetto tecnico importante, che nella pellicola di Argento viene utilizzato attraverso l’uso di luci di diversa tonalità, mentre in quello di Guadagnino viene ripreso, principalmente,  con utilizzo del rosso e del viola. 
Credo che entrambi i film siano simbioticamente connessi, che non si possa vedere l’uno senza aver visto l’altro e che, da soli, non trasmettano quel bagaglio di emozioni e quella bellezza che gli è propria e che, inevitabilmente, diventa parte di te. 

𝓐𝓵𝓮𝓼𝓼𝓪𝓷𝓭𝓻𝓪 𝓓𝓲 𝓖𝓻𝓾𝓽𝓽𝓸𝓵𝓪

sabato 28 marzo 2020

𝐔𝐧 𝐟𝐢𝐥𝐦 𝐚𝐥 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐨: 𝐼𝑛𝑡𝑜 𝑡ℎ𝑒 𝑊𝑜𝑜𝑑𝑠


In medio stat virtus. Tra la passività e l’incontentabilità, tra l’agonia e l’eccitazione febbrile, tra il terrore e la temerarietà, tra le responsabilità e la sconsideratezza, tra la realtà e la fantasia, forse tutto ciò che vogliamo è una via di mezzo. L’insensatezza di una vita piena di domande che lascia a noi il dovere di trovare le risposte ci rende esitanti, confusi. E l’unica consapevolezza in grado di rinfrancare il nostro cuore è che non siamo soli. 
Into The Woods (2014) è una trasposizione sul grande schermo di uno dei musical più popolari nella storia di Broadway, un progetto ambizioso affidato dalla Disney a Rob Marshall, già regista nel 2002 di Chicago e interpretato da un cast stellare tra cui ricordiamo Meryl Streep, Emily Blunt, James Corden, Anna Kendrick, Chris Pine, Lila Crawford, Daniel Huttlestone e Johnny Depp. Nucleo vitale della storia è il bosco, luogo in cui si intrecciano i destini di un insieme di variegati personaggi, tra cui ritroviamo i nomi delle quattro intramontabili fiabe dei fratelli Grimm: Cenerentola, Cappuccetto Rosso, Rapunzel e Jack e la pianta di fagioli. 
Questa brillante narrazione, dunque, unisce elementi della tradizione a riflessioni che interessano un pubblico moderno ed eterogeneo. Si ammira un comparto tecnico che dà forma ad uno sfondo che arricchisce di suggestioni e di mistero un frenetico susseguirsi di avvenimenti, di cui si riconosce merito agli scenografi Dennis Gassner ed Anna Pinnock e alla fotografia di Dion Beebe. La sceneggiatura, curata da James Lapine, autore del libretto dell’opera originale del 1986, edulcora la materia prima per renderla fruibile ad un pubblico più ampio e le canzoni, performate in maniera impeccabile dagli interpreti scelti, si succedono in un ritmo serrato, incalzante, permettendo allo spettatore di sentirsi sempre coinvolto, interessato ai continui ribaltamenti della trama. 
A partire dal prologo corale Into The Woods, per arrivare a brani osannati dalla cultura pop come Your Fault, Agony, Stay With meLast Midnight, No One Is Alone e Children Will Listen si alternano momenti che sbeffeggiano i canoni della letteratura e della cinematografia a tema fiabesco e stimoli per un’analisi di tematiche più profonde e delicate come le conseguenze del diventare genitori, la paura di lasciare che i figli si allontanino dal nido per affermarsi nella loro individualità, la limitatezza delle regole e dei dettami della società. In conclusione, credo che Into The Woods sia un esempio di magistrale cinema di intrattenimento.

Elena Pizzi Romano

venerdì 27 marzo 2020

𝐆𝐚𝐲𝐚 𝐏𝐨𝐬𝐬𝐮𝐦𝐚𝐭𝐨 - 𝑄𝑢𝑒𝑙 𝑐ℎ𝑒 𝑟𝑖𝑠𝑜𝑟𝑔𝑒


Siamo abituati a vedere le cose secondo una prospettiva meramente antropocentrica: il coronavirus ci costringe a rimanere in casa, alcuni hanno trovato in questa restrizione l’opportunità di fare ciò che si aveva da sempre rimandato… per altri è l’inferno…
Ma se per un istante guardassimo fuori, alla ricerca dei bisogni del mondo e della natura, spesso trascurati, in quanto percepiti come semplici realtà di cui usufruire, noteremmo che dalla nostra assenza nelle strade, nei mari, tra le montagne, sta trovando il modo di emergere un’Atlantide sommersa, da ormai troppo tempo: la laguna di Venezia ha ritrovato la sua antica limpidezza, tanto da poter intravedere i numerosi pesci che la abitano; anche gli uccelli sembrano godersi la pace della laguna: è infatti stata avvistata una coppia di Germano Reale che ha costruito il proprio nido sul pontile di attracco dei vaporetti, nel cuore di Piazzale Roma; nelle acque che abbracciano Trieste e Cagliari, così vicini al porto da essersi insinuati sotto la prua delle barche all’ormeggio, sono ritornati i delfini, che danzano eleganti a pelo d’acqua. Magnifici esemplari di minilepri, a Milano, nella zona di Musocco, animano i giardini del quartiere.
Non solo: non è raro, infatti, veder razzolare per il centro storico di Sassari intere famiglie di cinghiali, o avvistare daini e cervi alla ricerca di erba fresca e arbusti succulenti in campi da golf e ville, approfittando della quiete, e facendo anche un tuffo nelle piscine dei resort!
È spettacolare e squisitamente suggestivo come dal nostro silenzio si sia alzata la voce del ‘rumore’ che solitamente, ci fa soltanto da colonna sonora alla frenetica quotidianità; assolutamente incredibile come dal nostro letargo, stia germogliando in contemporanea, un mondo dimenticato che ritrova i suoi spazi, rinascendo dalla triste nube di fumo e calore cui l’abbiamo ridotto e che rimaniamo estasiati ad osservare da dietro le persiane.
Abbiamo lasciato che Persefone si ricongiungesse alla madre, abbandonando l’Ade, e lei può, ora, dirigere l’orchestra della natura, facendo risuonare la sua eco sopra i tetti delle nostre case.
Questo è emblematico, e credo ci aiuti a figurare in maniera commovente il variopinto arazzo della vita, sul quale ci siamo tessuti in primo piano, ignorando che la vita continua anche senza di noi, ed anzi, talvolta, risorge.

giovedì 26 marzo 2020

Un film al giorno: 𝐼𝑙 𝑠𝑖𝑙𝑒𝑛𝑧𝑖𝑜 𝑑𝑒𝑔𝑙𝑖 𝑖𝑛𝑛𝑜𝑐𝑒𝑛𝑡𝑖


The Silence of Lambs: titolo originale del film del 1991 diretto da Jonathan Demme e tratto dall’omonimo romanzo della trilogia di Thomas Harris
La narrazione si muove su due linee rette parallele: quella riguardante il serial killer, già rinchiuso in massima sicurezza per omicidio e cannibalismo, e quella dell’omicida denominato Buffalo Bill per la sua tendenza a uccidere e scuoiare vive le sue vittime tutte di sesso femminile e sulla cui identità si stanno ancora facendo delle indagini. I due filoni narrativi si incrociano nel momento in cui viene assunta da una squadra dell’FBI una giovane psicologa, Clarisse, interpretata da Jodie Foster, che ha il compito di tentare un colloqui con quello che chiamano Hannibal Lecter che, si sospetta, possa essere in possesso di informazioni fondamentali per la risoluzione del caso Bill. Quello che, a questa descrizione, appare come un semplice intreccio di un thriller ben costruito, è in realtà la trama di un film che, alla fine, si rivelerà una sanguinosa e sofferta psicanalisi, non solo della mente di due oscuri e complessi serial killer, di quella della giovane studentessa o quella delle vittime innocenti, ma, soprattutto, la vostra! Lo spettatore, infatti, sin dalle prime scene è insistentemente costretto, non tanto a schierarsi dietro o oltre le sbarre, ma piuttosto a interrogarsi sulla propria reale posizione. In questo modo, le domande piuttosto invasive che, al contrario di come dovrebbe essere, Hannibal Lecter rivolge a Clarisse, ci forniscono l’immediata possibilità di interrogarci sul nostro passato, scavare in noi stessi e ricercare le motivazioni che ci spingono a ricercare nel presente. Se, però, come i protagonisti della pellicola (e come tutti), si ha un passato oscuro, semplicemente perché forse non si ripercorre spesso, tutto può essere messo in dubbio e, camaleontici, spostarci dall’immedesimarci prima nella giovane Clarisse, schierandoci dalla parte del bene e poi dalla parte dei serial killer. A questo punto, rischiando di farci assalire dal dubbio: siamo la misteriosa e affascinante Clarisse; il serial killer finito inevitabilmente in carcere perché fedele solo al suo appetito e alle sue leggi o proprio come il serial killer a cui si dà la caccia: un’identità barcollante e un’immagine di se stesso così odiosa, disgustosa e rivoltante, da sentire il bisogno di riversare l’idea di se stesso nei costumi da travestito che indossa nel rito dell’uccisione e della tortura inflitta alle sue vittime taglia quarantadue che lascia morire di fame e, infine, nella sua personale ricerca di bellezza, brama, leggerezza, perfezione di vita, possibile solo nel momento della morte, come accade al bruco che, morendo, diventa farfalla.  E, dunque, chi è la vittima, chi il colpevole carnefice? E tu, sei la causa del belare degli agnelli innocenti o vuoi zittirlo? 

Chiara Maria Grasso



mercoledì 25 marzo 2020

Un film al giorno: Il racconto dei racconti



Il racconto dei racconti, ovvero l’intrattenimento non per bambini

Le fiabe folkloristiche sono caratterizzate da un forte senso di brutalità, bizzarro e grottesco, ma questi elementi sono stati col tempo sempre più tralasciati per andare incontro al gusto di un pubblico infantile e perseguire un fine puramente educativo. «Addolcire la medicina con il miele» diceva Lucrezio, e ciò anche a costo di sacrificare l’aspetto più cupo e intrigante di un intero genere letterario.
Fortunatamente, non è questo il caso de Il racconto dei racconti, film del 2015 diretto da Matteo Garrone (regista di Gomorra) con Salma Hayek, Vincent Cassel, Toby Jones, Shirley Henderson, Stacy Martin. Parte del cast sono anche due italiani, Alba Rohrwacher e Massimo Ceccherini.
Ispirato a Lo cunto de li cunti overo lo trattenemiento de peccerille, raccolta di 50 fiabe in napoletano scritte da Giambattista Basile all’inizio del XVII secolo, il film tratta in particolare i racconti La pulce, La vecchia scorticata e La cerva fatata
Il legame tra questi (quasi irrilevante, alla maniera ovidiana nelle Metamorfosi) sono tre tematiche connesse alle figure femminili – maternità, sensualità, matrimonio – che vengono completamente stravolte.
Le diverse storie coesistono nello stesso universo fatto di scenari di lussuria che ricordano orge bacchiche, di donne bellissime che sembrano uscite da dipinti preraffaeliti, ma anche di visioni inquietanti e insolite e di bestie ripugnanti. Iconica è la scena in cui la regina di Selvascura (Salma Hayek) divora un cuore gigante per compiere un incantesimo e poter avere un bambino.
Frequenti sono momenti come questo, in cui prevale il silenzio per dare spazio ad una recitazione molto incentrata sulla fisicità e sugli atteggiamenti: questo meccanismo rispetta l’intento originario del genere di non far provare attaccamento verso i personaggi, ridotti a meri simboli del vizio, ma piuttosto indurre a ricavare un insegnamento dalla storia. Ad essere biasimate sono le ossessioni che accomunano tutti i protagonisti: sia che esse riguardino la maternità, il matrimonio, il sesso, l’intrattenimento o la fuga, sono in ogni caso portate ad un’esasperazione tale da diventare motivo di decadenza e rovina. Tuttavia, il trasporto in questo mondo fantastico e orribile è tale da mettere in secondo piano proprio la morale della favola.

Maria Elena Prudente

martedì 24 marzo 2020

Un film al giorno: Occidente


Com'era il mondo prima delle immagini?
H, un regista fuggitivo in esilio, torna nella città industriale da cui è fuggito tempo prima; qui ritrova Gloria, la donna amata che si era lasciato alle spalle. Ma la trama è poco rilevante, infatti gli elementi fondanti che caratterizzano l’opera di Jorge Acebo Canedo sono altri.
Essa, a parere personale, si comporta come un film abbastanza scarso, se visto da un punto di vista convenzionale, essendo privo di un filo conduttore perde l’attenzione dello spettatore dopo neanche venti minuti, però ha un grande potenziale: fotografia a dir poco eccezionale, riferimenti alla storia passata, probabilmente anche a sindromi psicologiche non di poca importanza. 
Il problema allora qual è? Per capire a fondo la morale che il regista vuole evidenziare bisogna far molta attenzione ai piccoli dettagli, esaminare i personaggi con impegno, conoscere la storia antica e interpretare ogni singola scena. Ma queste non sono caratteristiche tipiche di un film, bensì di un quadro, un dipinto o una fotografia, magari anche una scultura. Ecco perché Occidente è qualcosa di diverso, esteticità pura,una vera e propria fotografia vivente che punta a spostare l’attenzione dello spettatore non più sulla trama e sui dialoghi superflui, ma sulle immagini e le frasi sconnesse che esso presenta; solo verso la fine della rappresentazione infatti, viene sottolineato a parole il senso della rappresentazione:con il tempo, si tende sempre di più ad ignorare il passato, l’arte e la storia che da essa ne deriva vengono sempre più accantonate. Occidente ci presenta un’innovativa forma d’ arte con lo scopo di incentivare la critica artistica e culturale.  Dobbiamo concentrarci sulle piccole cose piuttosto che alla visuale generica, perché sono quelle che fanno la differenza nel mondo.

Francesca Corbo

lunedì 23 marzo 2020

Un film al giorno: Gran Torino


Walt Kowalski (Clint Eastwood) è un anziano vedovo, veterano della guerra di Corea che vive da solo in un quartiere abitato da persone di etnia Hmong. L’uomo disprezza tutti quei vicini asiatici e cerca di evitarli il più possibile. Una notte il suo giovane vicino, Thao (Bee Vang), viene costretto da una gang del quartiere a rubare la mitica Ford Gran Torino del 1972 che Walt conserva come se fosse nuova. I due inizieranno a conoscersi e diventeranno amici. Le insidie della gang non si fermeranno però, costringendo Walt a compiere un gesto estremo per porre fine alle loro azioni criminali. 
Il film è carico di dialoghi intensi e scene che riflettono il passato western di Eastwood. 
Il personaggio principale, Walt, è un uomo deluso dalla vita che ha vissuto, divorato all’interno dalle azioni compiute in guerra e che prova ribrezzo di ciò che ha costruito, soprattutto del rapporto che ha con i figli e i nipoti. 
L’unica sua soddisfazione diventa aiutare il giovane Thao e la sua famiglia. Infatti gli trova un lavoro e lo aiuta anche in alcune questioni di cuore. Per tutta la sua vita ha fatto da padrone l’odio, ma proprio negli ultimi giorni Walt inizia ad amare e a chiedere perdono per ciò che ha fatto. Assume un’atmosfera quasi biblica e Walt diventa un martire della sua Buona Novella: “Non è mai troppo tardi per chiedere perdono degli errori commessi in passato e cambiare”. 

Jacopo Parente