mercoledì 25 marzo 2020

Un film al giorno: Il racconto dei racconti



Il racconto dei racconti, ovvero l’intrattenimento non per bambini

Le fiabe folkloristiche sono caratterizzate da un forte senso di brutalità, bizzarro e grottesco, ma questi elementi sono stati col tempo sempre più tralasciati per andare incontro al gusto di un pubblico infantile e perseguire un fine puramente educativo. «Addolcire la medicina con il miele» diceva Lucrezio, e ciò anche a costo di sacrificare l’aspetto più cupo e intrigante di un intero genere letterario.
Fortunatamente, non è questo il caso de Il racconto dei racconti, film del 2015 diretto da Matteo Garrone (regista di Gomorra) con Salma Hayek, Vincent Cassel, Toby Jones, Shirley Henderson, Stacy Martin. Parte del cast sono anche due italiani, Alba Rohrwacher e Massimo Ceccherini.
Ispirato a Lo cunto de li cunti overo lo trattenemiento de peccerille, raccolta di 50 fiabe in napoletano scritte da Giambattista Basile all’inizio del XVII secolo, il film tratta in particolare i racconti La pulce, La vecchia scorticata e La cerva fatata. 
Il legame tra questi (quasi irrilevante, alla maniera ovidiana nelle Metamorfosi) sono tre tematiche connesse alle figure femminili – maternità, sensualità, matrimonio – che vengono completamente stravolte.
Le diverse storie coesistono nello stesso universo fatto di scenari di lussuria che ricordano orge bacchiche, di donne bellissime che sembrano uscite da dipinti preraffaeliti, ma anche di visioni inquietanti e insolite e di bestie ripugnanti. Iconica è la scena in cui la regina di Selvascura (Salma Hayek) divora un cuore gigante per compiere un incantesimo e poter avere un bambino.
Frequenti sono momenti come questo, in cui prevale il silenzio per dare spazio ad una recitazione molto incentrata sulla fisicità e sugli atteggiamenti: questo meccanismo rispetta l’intento originario del genere di non far provare attaccamento verso i personaggi, ridotti a meri simboli del vizio, ma piuttosto indurre a ricavare un insegnamento dalla storia. Ad essere biasimate sono le ossessioni che accomunano tutti i protagonisti: sia che esse riguardino la maternità, il matrimonio, il sesso, l’intrattenimento o la fuga, sono in ogni caso portate ad un’esasperazione tale da diventare motivo di decadenza e rovina. Tuttavia, il trasporto in questo mondo fantastico e orribile è tale da mettere in secondo piano proprio la morale della favola.

Maria Elena Prudente

martedì 24 marzo 2020

Un film al giorno: Occidente


Com'era il mondo prima delle immagini?
H, un regista fuggitivo in esilio, torna nella città industriale da cui è fuggito tempo prima; qui ritrova Gloria, la donna amata che si era lasciato alle spalle. Ma la trama è poco rilevante, infatti gli elementi fondanti che caratterizzano l’opera di Jorge Acebo Canedo sono altri.
Essa, a parere personale, si comporta come un film abbastanza scarso, se visto da un punto di vista convenzionale, essendo privo di un filo conduttore perde l’attenzione dello spettatore dopo neanche venti minuti, però ha un grande potenziale: fotografia a dir poco eccezionale, riferimenti alla storia passata, probabilmente anche a sindromi psicologiche non di poca importanza. 
Il problema allora qual è? Per capire a fondo la morale che il regista vuole evidenziare bisogna far molta attenzione ai piccoli dettagli, esaminare i personaggi con impegno, conoscere la storia antica e interpretare ogni singola scena. Ma queste non sono caratteristiche tipiche di un film, bensì di un quadro, un dipinto o una fotografia, magari anche una scultura. Ecco perché Occidente è qualcosa di diverso, esteticità pura,una vera e propria fotografia vivente che punta a spostare l’attenzione dello spettatore non più sulla trama e sui dialoghi superflui, ma sulle immagini e le frasi sconnesse che esso presenta; solo verso la fine della rappresentazione infatti, viene sottolineato a parole il senso della rappresentazione:con il tempo, si tende sempre di più ad ignorare il passato, l’arte e la storia che da essa ne deriva vengono sempre più accantonate. Occidente ci presenta un’innovativa forma d’ arte con lo scopo di incentivare la critica artistica e culturale.  Dobbiamo concentrarci sulle piccole cose piuttosto che alla visuale generica, perché sono quelle che fanno la differenza nel mondo.

Francesca Corbo

lunedì 23 marzo 2020

Un film al giorno: Gran Torino


Walt Kowalski (Clint Eastwood) è un anziano vedovo, veterano della guerra di Corea che vive da solo in un quartiere abitato da persone di etnia Hmong. L’uomo disprezza tutti quei vicini asiatici e cerca di evitarli il più possibile. Una notte il suo giovane vicino, Thao (Bee Vang), viene costretto da una gang del quartiere a rubare la mitica Ford Gran Torino del 1972 che Walt conserva come se fosse nuova. I due inizieranno a conoscersi e diventeranno amici. Le insidie della gang non si fermeranno però, costringendo Walt a compiere un gesto estremo per porre fine alle loro azioni criminali. 
Il film è carico di dialoghi intensi e scene che riflettono il passato western di Eastwood. 
Il personaggio principale, Walt, è un uomo deluso dalla vita che ha vissuto, divorato all’interno dalle azioni compiute in guerra e che prova ribrezzo di ciò che ha costruito, soprattutto del rapporto che ha con i figli e i nipoti. 
L’unica sua soddisfazione diventa aiutare il giovane Thao e la sua famiglia. Infatti gli trova un lavoro e lo aiuta anche in alcune questioni di cuore. Per tutta la sua vita ha fatto da padrone l’odio, ma proprio negli ultimi giorni Walt inizia ad amare e a chiedere perdono per ciò che ha fatto. Assume un’atmosfera quasi biblica e Walt diventa un martire della sua Buona Novella: “Non è mai troppo tardi per chiedere perdono degli errori commessi in passato e cambiare”. 

Jacopo Parente

Un film al giorno: Fantozzi


“Un film grottesco è un film che si basa sulla narrazione di eventi assurdi e surreali attraverso la deformazione di alcuni aspetti della realtà … Nella maggior parte dei casi …  è una critica nei confronti della società, di un sistema politico, di un personaggio. Tale critica avviene attraverso la ridicolizzazione dell'elemento preso in considerazione, rendendolo eccessivo e stravagante. Si può considerare il film grottesco un sottogenere del film drammatico, anche se non mancano evidenti riferimenti al comico.” 
Questa è, secondo Wikipedia, la definizione di uno dei generi cinematografici più interessanti e dimenticati nel panorama del grande schermo contemporaneo.  Dal kubrickiano Il dottor Stranamore, ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba all’italianissimo Fantozzi  il cinema del bizzarro ha sempre regalato spunti di riflessione molto profondi, conditi da risate ed irriverenza.
È proprio sull’opera di Paolo Villaggio che mi vorrei soffermare, in particolare sui primi due capitoli Fantozzi ed Il secondo tragico Fantozzi.
Entrambi i film seguono le disavventure del ragionier Ugo Fantozzi, interpretato dallo stesso Villaggio, impiegato in una grande azienda, dove dovrà vedersela, oltre che con la malasorte, anche con l’indifferenza dei propri colleghi, tra cui Filini (Gigi Reder), e gli abusi dei suoi superiori.
Queste due pellicole dal sapore amaro e pungente hanno avuto una tale fortuna  da entrare per sempre nell’iconografia pop italiana, ergendo lo scalognato Fantozzi a vassallo di un’intera classe sociale troppo spesso sopita e dimenticata. 
La regia didascalica, ma dalle sfumature visionarie ed oniriche, vedesi il finale del primo capitolo, pregno di concettualità e simbolismo, di Luciano Salce ci immerge pienamente nel mondo grigio e beige del ragioniere, fatto di soprusi ed angherie, di sottomissione ma anche di rari tentativi di rivalsa. Quando, infatti, come un moderno Alfieri, Fantozzi si scaglia contro i “padroni”, il suo titanismo viene repentinamente soffocato da un qualcosa di troppo più grande di lui: “la Megaditta”.
In Fantozzi non vi è solo la caricatura di un impiegatucolo goffo ed ingenuo, ma vi è il ritratto di un’ Italia passata ma attualissima, quella degli anni '70-'80. Guardare Fantozzi è come osservare la nostra nazione posta davanti ad uno di quegli specchi deformanti del Luna Park, possiamo riderne, possiamo riscontrarne le goffe accentuazioni di alcune forme, ma continuiamo a riconoscerla e continuiamo a riconoscere noi stessi nella sagoma difforme del ragioniere.
La penna di Villaggio, autore dei libri di cui questi due lungometraggi sono la trasposizione cinematografica, funziona a strati. Egli delinea tre diverse chiavi di lettura delle sue opere. La prima, a cui si deve la larga diffusione dei film, è pregna di comicità fisica, immediata, che rende il tutto facilmente godibile da una larghissima fetta di pubblico. Che la saga di Fantozzi  sia fortemente nazional-popolare è fatto ben noto ed innegabile, ma anche molto positivo, poiché l’ampiezza di pubblico facilità la veicolazione di quelli che sono i messaggi più cupi e profondi che si celano negli altri due  strati. Il secondo è infatti saturo di malinconia ed amarezza, figlie della condizione del ragioniere e che si possono leggere nel suo sguardo languido e remissivo. Il grigio del vestito del “ragionier Fantocci” è lo stesso della “nuvola dell’impiegato” che lo perseguita, ma anche lo stesso degli uffici della megaditta e delle pareti della casa dove vive con la fedele moglie Pina. Ma è il terzo di strato quello che spaventa i più, e che genera quel desiderio di svilire tutta l’opera a semplice commedia banale e sempliciotta, ossia la feroce critica sociale. Villaggio si scaglia contro quella che era la società in cui viveva, una società che aveva  perso di vista i valori, gli obiettivi, una società figlia di un consumismo sempre più incidente, che aveva riempito tutti di frigoriferi, maxi televisori, polaroid, ma li aveva svuotati di certezze, di amore e di colore, riducendo tutto, ancora una volta, al grigio del vestito del ragioniere.
Più che una tragica recensione, questa è una lettera d’amore, ad un personaggio, ad un opera, ad un messaggio che fungono da monito per tutti noi, affinché non dimentichiamo mai  di guardare il mondo a colori.

p.s. Sono daltonico

Mario Pio Adamo


domenica 22 marzo 2020

Giulio Miele - Il preludio


Viviamo costantemente nella storia, ma non ci siamo mai fermati a guardare. Mai ad ascoltare profondamente. Sì, nel profondo della vita. Mai l’abbiamo ritenuta così tragicamente sacra. Solo nella lotta, sul campo di battaglia il guerriero osserva la morte, e solo in quel caso combatte per la vita. Un ossimoro impareggiabile: “combattere per la vita”. Ma cosa è diventato il sacro per noi? Non abbiamo mai desiderato  ricercare la verità nella terra, in una mano, in una sera. Non l’abbiamo mai gustata in un altro essere. Siamo sempre stati convinti, presuntuosamente, che l’unica verità non dovesse provenire da un’emozione, da una lacrima, da qualcosa di concretamente visibile. Non la terra, ma il cielo. Ci siamo fatti abbandonare dalla nostra stessa natura. Dalla natura stessa. Abbiamo preferito disoccuparci, non prenderci cura egli eventi, di un giorno, di un sorriso. Gli anticorpi della terra si espandono, chiedono solo di essere ascoltati. Un nemico che mai prima d’ora avremmo creduto di dover affrontare. La morte delle persone non dovrà servire solo ad altra morte, ad altra sofferenza. Dalla carne viene carne, dalla morte può venire vita. E’ proprio l’essere inermi, l’essere assoggettati da un alone di mistero a farci crollare. Ma se l’uomo può solo debolmente affliggersi per gli eventi e non rafforzare lo spirito e la consapevolezza di se stesso, non siamo una razza che merita ancora di camminare eretta. Se l’intelligenza ci ha portato all’asservire il prossimo e la nostra casa, non meritiamo la vita. “Restiamo a casa”. Ma cosa vuol dire casa? La casa è una culla, la protezione. Qualcosa che onoriamo, che preserva la nostra vita. Ma abbiamo realmente onorato la nostra casa o la nostra vita? Siamo diventati ferro, ma ci siamo forgiati da soli il nostro destino. Se non capiremo la prova che la vita ha voluto darci, potranno essercene altre mille. Rimarremo aggrappati inutilmente alle nostre atmosferiche immaginette, ma mai alla gravità che ci àncora alla nostra casa. La casa che condividiamo tutti. Una terra incolta, che abbiamo abbandonato da tempo.

Il preludio

Un gelso fiorirà ancora
e nulla fermerà il suo ardore.
Un uomo volerà ancora,
senza ali – unicamente presente.
Libero.
La vertigine attanaglierà ancora
Il nostro stomaco.
Saremo ancora pervasi dall’errore,
ma consapevoli.
Mai si fermerà la nostra forza.
Ma se è luce ciò che seguiremo,
sarà di luce illuminata la strada.
Non terremo più a freno le dita,
per paura.
Non prostreremo mai più
gli occhi al cielo.
Ma alla terra secca daremo il seme,
la nostalgia di germogliare ancora.
Solo la simbiosi di guerrieri disarmati
fermerà la guerra.
Un unico scopo – un unico spirito.
Un’unica natura.
Mai più ricercheremo nel falso la saggezza,
la nostra salvezza.
Ma solo in noi – nelle nostre radici.

Un film al giorno: Labyrinth. Dove tutto è possibile

Un fotogramma di Labyrinth
In questo periodo di noia casalinga, in cui ognuno di noi ha improvvisamente tanta voglia di correre e andare in giro per il mondo, abbiamo deciso di sfruttare al meglio i nostri mezzi per  fare un viaggio nella storia del cinema: si va per la terra dei goblin degli anni ’80.
Sarah, una ragazzina un po’ fissata con i libri fantasy, interpretata da Jennifer Connelly e doppiata da Ilaria Stagni, ha il compito di badare per una sera al fratellino Toby, mentre il padre e la matrigna sono fuori.
Colma della tipica gelosia che accomuna quasi tutti i fratelli maggiori e innervosita dai pianti continui del povero marmocchio, la protagonista invoca ingenuamente il re dei goblin, Jareth, interpretato dall’amatissimo David Bowie (che, per opinione di molti,è in realtà la vera star del film) e doppiato da Roberto Chevalier. Jareth, così, rapisce Toby e sfida Sarah ad arrivare al suo castello attraversando il labirinto, e se entro le sette non sarà riuscita nella sua missione, il fratellino diventerà un goblin.
La nostra protagonista incontrerà una serie di ostacoli, “nemici da sconfiggere”, ma anche degli abili aiutanti, tra cui Gogol. Tutti questi  personaggi secondari sono rappresentati da fantocci “stile muppets” (infatti, il film in questione è opera di Jim Hanson, regista conosciuto soprattutto grazie ai suoi indistinguibili amici pupazzi, che hanno animato l’era degli anni’80 e ’90) i quali,insieme a Bowie, trasformeranno il film in un coinvolgente musical. 
Nonostante possa sembrare uno spettacolo per bambini, è invece un musical che consigliamo a tutte le fasce d’età, e particolarmente a chi non vuole aspettare l’estate per tuffarsi nel mondo della fantasia vintage.

Francesca Corbo 
Jacopo Parente

venerdì 20 marzo 2020

Un film al giorno: Suspiria


Elena Pizzi Romano

Il paradigma del tema stregonesco

Suspiria è un film del 1977, diretto da Dario Argento e interpretato da Jessica Harper, Stefania Casini, Barbara Magnolfi e Alida Valli.
La storia, ormai nota ai più, ruota attorno alle vicende della giovane Susy Benner, recatasi in Germania, presso la prestigiosa accademia di danza di Friburgo, per perfezionare le sue capacità artistiche, la quale assiste a uccisioni al limite del paranormale, estremamente cruente e inspiegabili. 
I due punti di forza della pellicola più acclamata di Argento sono l’estetica visionaria e l’astrattismo espressivo. L’uso dei colori, la bellezza enigmatica e d’impatto degli ambienti, la creatività con cui si delinea uno scenario iconico e ammaliante ipnotizzano lo spettatore. La teatralità della recitazione, la colonna sonora indelebile e incalzante, il peso oppressivo del respiro, l’atmosfera irreale, avvolta di mistero, il richiamo sottotesto all’Elogio della Follia di Erasmo da Rotterdam conferiscono alla narrazione elementi preponderanti della sfera dell’inconscio, dell’ignoto, rievocando opere artistiche interamente focalizzate sulla complessità della mente umana, come quadri di Dalì, Magritte, Ernst e Miró. All’interno della pellicola vi sono anche omaggi alla letteratura favolistica e allegorica e un’influenza che mi appare lapalissiana è la scuola esoterica steineriana. 
In conclusione, ritengo che Suspiria meriti la fama di cult del genere horror per la sua ricchezza di suggestioni e per la sua destrezza nello sconvolgere e sedurre colui che assiste alla rappresentazione scenica. 

* * *

Maria Elena Prudente
Un nuovo linguaggio per Suspiria

Tutti noi conosciamo Suspiria, film horror di Dario Argento del 1977, che sia per la penetrante colonna sonora o per la sua celebrità. «Una giovane americana si trasferisce in Germania per entrare in una prestigiosa scuola di danza, per poi scoprire che questa è la sede di una congrega di streghe»: al suo debutto, e per anni a venire, questa storia turbò genuinamente le menti del pubblico. 
Tuttavia, uno spettatore di oggi, abituato ad effetti speciali impeccabili, non lo accoglierebbe con lo stesso stupore, e anche la narrazione gli risulterebbe di difficile comprensione, dato che Argento cela per tutto il film ciò che sta realmente accadendo: è proprio questo straniamento che oggi ci fa accogliere il film con un certo disagio. Nonostante ciò, le immagini psichedeliche e la teatralità della recitazione di questo cult del cinema horror hanno acquisito col tempo un nuovo fascino, ed è difficile ricreare un'atmosfera tanto suggestiva.
Il remake del 2018 di Luca Guadagnino è forse l'erede più riuscito che potessimo aspettarci. Certamente è più appetibile per un pubblico moderno: Guadagnino crea un quadro più coerente e realistico, approfondendo alcuni aspetti della trama che erano stati marginalizzati da Argento per dare spazio ad un universo di suggestioni, aggiungendo nuove sottotrame e rivelandoci quasi da subito quello che invece nell'originale era mostrato solo alla fine.
L'estetica non fa più leva su colori intensi e sgargianti, ma gran parte della bellezza visiva nel film è nelle mani delle due ipnotizzanti attrici protagoniste, Dakota Johnson e Tilda Swinton (già muse del regista in A Bigger Splash). Una novità è la carica omoerotica, impronta caratteristica del cinema di Guadagnino, che ben si abbina all'aura rassicurante che emana la nuova versione di Madame Blanc. Anche se i personaggi si sono addolciti, non manca il senso del grottesco, che fin da subito si fa sentire e si accentua sempre di più, strizzando l'occhio all'originale con alcuni effetti piuttosto surreali.

* * *
Chiara Maria Grasso
Suspiria (2019) di Luca Guadagnino 

Quante volte, in questo strano periodo di quarantena forzata, in uno scenario che ci sembra a dir poco 
post-apocalittico, ci è capitato di dire: «sembra di essere in un film»? Ebbene, per allontanare ogni visione pessimista o terrificante, abbiamo deciso di esorcizzare, da bravi allievi del teatro greco, la paura con la paura. "Pietà e terrore" che solo un regista camaleontico e contemporaneo come Guadagnino può offrirci nell’abbandonarsi alla stesura delle scene di Suspiria. Il film, non è, in realtà, tutto merito dell’occhio di Guadagnino, ma è ispirato ad una storia molto più antica e suggestiva. La trama originale, infatti, fu scritta nel 1845 dall’inglese Thomas de Quincey in seguito al soggiorno nella casa dei conti Imbonati a Milano che all’epoca si diceva infestata. Lo scrittore, infatti, fu ispirato proprio dai sogni che egli fece nell’abitazione lombarda nei quali, dichiara lui stesso, gli fece visita la dea latina Levana, che gli presentò le tre streghe protagoniste del suo romanzo e del film di Guadagnino (e non solo), Mater Lacrimarum, "Nostra Signora delle Lacrime", Mater Suspiriorum, "Nostra Signora dei Sospiri" (da cui il titolo Suspiria) e Mater Tenebrarum: "Nostra Signora delle Tenebre". Prima di parlare del capolavoro del regista italiano, però, è bene prendere in considerazione quello che in realtà è il primo film in assoluto girato sulla leggenda delle "Tre Madri": Suspiria di Dario Argento del 1977 dal quale però, sicuramente, Guadagnino viene a conoscenza della trama a lungo sconosciuta al pubblico, ma che è da lui completamente riadattata. Il film di Argento, infatti, non si sofferma più di tanto sulla trama, che ci appare alquanto sconnessa, e sul tema delle streghe, che sembra quasi messo in secondo piano, ma piuttosto sull’estetica al contempo luminosa e grottesca che diventa, in quegli anni, manifesto del cinema horror degli anni 70. Quindi, nell’analisi del film di Guadagnino, quest’ultimo apparirà quello che con il tempo è diventato non solo, un cimelio del museo cinematografico, ma il fondamentale punto di partenza di Guadagnino. Ovviamente, la differenza sostanziale delle due trasposizioni cinematografiche, è che quella più recente, anche dal punto di vista tecnico e non solo interpretativo, ci offre molta più modernità (automaticamente e d’istinto molto più facilmente apprezzabile) anche per quanto riguarda il cast, pieno di attori abbastanza noti tra cui le protagoniste interpretate da Tilda Swinton, Helena Markos, appunto, la "Mater Suspiria" e Dakota Johnson, celebre protagonista della saga 50 sfumature di…, Susie Bannion. Ciò che, però, potrebbe accomunare le due versioni è l’allusione al teatro, che in Argento rivediamo soprattutto sotto il punto di vista della recitazione che, per un grande schermo appare alquanto esagerata ed eccessiva, dunque, non abbastanza realistica come, invece appare quella del cast di Guadagnino e, invece, in quest’ultimo, nella suddivisione in "atti". Ciò che, invece, creerebbe un netto contrasto è sicuramente l’atmosfera e la concezione di "paura". Quello di Guadagnino, infatti, come già ci aveva abituato con un altro suo capolavoro cinematografico Chiamami col tuo nome è un horror immerso nella foschia del "non-detto", dell’esoterico, dell’occulta pretesa di classificarsi come horror, o, quantomeno, di aderire completamente alla definizione classico, presentandosi, non più come ostentatamente pauroso, ma quasi "umano". Se nel film del ’77 le streghe erano state accantonate, Guadagnino le pone fin dall’inizio al centro della scena soffermandosi su elementi evocativi della tradizione riguardante le streghe e il modo in cui, soprattutto nel quindicesimo secolo, sono state raffigurate: i capelli lunghi e rossi della protagonista, gli abiti antiquati e le gonne troppo lunghe anche per la Berlino del secolo scorso, oppure, nelle scene finali i costumi di scena e il palcoscenico su cui si muovono le ballerine che rimandano chiaramente ai Pentaconi sabbatici. Più che su quest’estetica, che nasce comunque con la caccia alle streghe di stampo inglese come il racconto originale, il film si basa soprattutto sul codice della danza, anch’esso di sfondo e presentato come pretesto nella versione di Dario Argento. Il contesto accademico, infatti consente a Guadagnino di costruire meglio l’ambiente e il concetto di "congrega", anch’esso legato al mondo delle streghe, e che, come ogni gruppo ristretto, al di fuori della realtà (quasi come farebbe Bertolucci), anche questa ha un proprio linguaggio: quello della danza che è parte integrante del film e si presenta quasi come rituale antico delle streghe che è da loro usato per esercitare il loro potere. Quindi, ad un primo livello di lettura, quello della congrega può essere considerato un’organizzazione moderna in cui far rivivere il mistero delle streghe con tutte le caratteristiche annesse e connesse, riprese sia dalla tradizione biblica che da quella classica, come lo stesso scrittore inglese fa. Quest’aspetto, però, viene esasperato completamente da Guadagnino che, alla fine, ci mette quasi davanti ad un rito dionisiaco, un’orgia bacchica, che dovrebbe sconvolgerci, ma ci affascina allo stesso tempo: ne sono la prova, non solo la scena finale, ma anche l’eccesso nel bere e nel mangiare del momento prima dello spettacolo, il trucco della protagonista presentata quasi come vittima sacrificale, ma anche dalla danza in sé, che non rispetta i canoni rigidi della danza classica, ad esempio, ma, proprio perché "danza incantatrice", anima le ballerine in modo che loro sembrino come invase dallo spirito della magia su loro esercitata, la quale si rispecchia anche nella musica priva di parole e "sinistra", tanto da richiamare sia la tradizione classica, che quella più moderna delle streghe e dei loro riti definiti addirittura "satanici". Proprio perché Guadagnino ci vuol lasciar intendere molte cose e non sempre è esplicito nei suoi intenti, il film si presta, in realtà, a più interpretazioni, oltre che a quello della trasposizione in chiave moderna di un mondo utopico di streghe. Come ci suggeriscono le condizioni della prima protagonista che appare sullo schermo, Patricia, la danza e tutta la congrega di streghe, diventano anche motivo di delirio psicologico: profondità che, invece, in Argento manca e che, invece, in Guadagnino è ciò che, più che del sangue e delle riprese è quello che ci spaventa. Il delirio di Patricia, dunque, è, si, il delirio di una ragione che non trova risposte nel mondo da noi conosciuto, ma che si realizza, quasi come una vera e propria psicosi, nel momento in cui tutto ciò che credevamo finzione, gli incubi, il male e la violenza, si fa così radicata nella mente e nella realtà di un individuo che nel suo delirio «dice una bugia che è verità». Quello che succede alle protagoniste, infatti, è una sorta di violenza psicologia che trova appagamento nel codice apparente della stregoneria, nei sogni che, prepotenti, si insinuano nella loro mente creando incubi e addirittura convulsioni (probabile allusione all’esperienza dell’autore della legenda delle "Tre Madri" che ne ha ispirato il racconto). Oltre a ciò, Dakota Johnson interpreta un personaggio piuttosto caratteristico, non solo per il destino che le spetta, ma soprattutto perché è più delle altre, perché più inconsapevole di tutte, vittima dell’"incantesimo": l’incantesimo di un amore che, alla fine, si impossessa ed eviscera in corpo e gli consente di provare un piacere nauseante (che, poi, è lo stesso sentimento suscitato nello spettatore) di un bacio che risucchia l’anima e da potere solo ad una delle due parti, quasi come un "bacio di Giuda". L’ultima interpretazione da evidenziare, infine, è quella che emerge anche da alcune battute scambiate da alcuni protagonisti che, invece assistono dall’esterno e non sono vittime delle Tre Madri e tendono a vedere la situazione da un punto di vista "umano", paragonando la congrega al regima fascista: basato sui simboli, sulla pressione psicologia, apparentemente nascosta e innocua o, molto più incisivo, dal fatto che qualunque strega ci sia al comando, debba necessariamente eliminare tutti coloro che vogliono o potrebbero eliminare il regime da loro costituito. Inoltre, quest’interpretazione, ci viene suggerita anche dal fatto che le ragazze sono forzatamente recluse nel palazzo: un elemento che ritroviamo anche in un altro film con il quale Suspiria può essere confrontato per la stessa interpretazione che è Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini (anch’esso intrecciato con la credenza biblica, con una moralità imposta, con la violenza, che in Pasolini, però, non è celata con alcun incantesimo). Quello che, dunque, in ultima analisi proporrei come punto d’incontro dei due film appena citati è il fascino apparente e, in seguito, la tirannia che sempre si rivela quando, forse, è troppo tardi ed è ormai così imponente che lascia spazio solo per l’unica volontà che rimane (che paradossalmente dipende da un organo involontario per il corpo, ma forse, non per la mente) quella di morire; o meglio, come direbbero le streghe di Guadagnino, sopravvissute o meno, "diventare come Helena Margos".







Covid-19: non possiamo recitare, guardiamo recitare!

Enrico Torzillo, attore, regista, ex giannoniano
Standosene al sicuro nelle tiepide case, gli alunni del Liceo Classico “Pietro Giannone” di Benevento del Laboratorio di Recitazione, condotto da Enrico Torzillo (attore e regista, ex giannoniano) lo scorso Gennaio, lanciano una nuova iniziativa a cui potrà unirsi qualsiasi studente interessato! Non potendo uscire, fare lezione e quindi “recitare” le proprie giornate, attraverseranno un percorso di cineforum per soffermarsi, a distanza e con i mezzi tecnologici a disposizione, su quanto, nella storia del cinema, è cambiata la recitazione, la regia e la “narrazione dei mondi”!
Un film al giorno finalizzato a intrattenere, riflettere, allenare il gusto, discutere su pareri diversi, annoiarsi, divertirsi e scrivere recensioni, centrando sempre il magma del prodotto artistico preso in analisi! Una palestra di critica, insomma! Per stare vicini, pur se lontani, continuare a far l’amore con l’arte e abbreviare queste lunghe giornate! 
Man mano che il percorso sarà sviluppato, invieremo le recensioni dei nostri ragazzi.


mercoledì 18 marzo 2020

Giulio Miele - Se non uscirai da questa stanza

La vignetta è tratta da Cinque Minuti, Due Volte Al Giorno (Shockdom), graphic novel ispirata a una storia vera, la permanenza in carcere di Chet Baker a Lucca, nel 1960. La storia è raccontata da Marco Di Grazia e disegnata da Cristiano Soldatich.


Se non uscirai da questa stanza
temo il peggio, me lo sento.
Come un blocco senza
note – qui senza una meta.
Scrivo solo versi,
senza spazi o dimensioni.
Solo una musica senza vocazioni
o accurate variazioni.
Adempio alla mia eterna condanna.
Ho un ergastolo di parole,
mi svuoto.
Ma ho perso solo tempo
o le righe di un foglio – succube.
Sottomesso, sì.
Ma a quale delle leggi?
Quella del presente – dici.
Lontana la gente e solo
una voglia: voglia di niente.
La mia mente. Matta e sola.
Ho solo bisogno
di allungare le mie mani.
Di afferrare
l’interrogativo del domani.

martedì 17 marzo 2020

Mariagrazia Casillo - Tra crisi e cambiamento


Forse è vero che all’umanità servono sempre le tragedie per rendersi conto che è necessario un cambiamento. “Cambiamento”, ci avete mai pensato? La radice greca, χρίον, è la stessa della parola “crisi”. Ed ecco trovato il bando della matassa.
Ci sono volute le inondazioni del Nilo per inventare gli argini, i problemi del baratto per creare le monete, le guerre per costruire armi e mura, le epidemia di massa per scoprire i vaccini.
Crisi e Cambiamento, sempre proceduti di pari passo, accompagnando la storia umana per millenni.
Ora, nel 2020, ci è voluto un virus per farci scoprire l’importanza dei rapporti umani.
Per molte persone, probabilmente, non è mai stato un problema rimanere all’interno delle proprie abitazioni, senza il desiderio di uscire, ma sfido chiunque, in una situazione in cui non è il desiderio personale, ma un regolamento esterno, a tenerlo dentro casa, a non sentirsi un topo in trappola.
E così ora sentiamo la mancanza di un contatto e cominciamo a sentire i primi rimorsi. I nonni che stanno a 3 km da noi ma che non andiamo a trovare quasi mai. Gli amici a cui promettiamo sempre di uscire ma non lo facciamo. Quel caffè che dovevamo prendere con quel ragazzo così carino al quale abbiamo dato buca perché ci sentivamo insicure. Persino i professori, quelli che, la mattina a scuola, preghi fino all’ultimo che non vengano per via di un impegno.
Perché gli uomini capiscono il valore delle cose quando esse gli vengono tolte. Rivendichiamo la libertà quando diventiamo prigionieri, sentiamo la mancanza di contatto quando non possiamo più riceverne.
Allora forse le tragedie servono davvero.
Allora, forse, dopo tutto questo, cambieremo finalmente. Cominceremo ad apprezzare le piccole cose, i piccoli gesti, gli sguardi, i sorrisi, le risate in compagnia, le cose che sembrano far parte della “quotidianità” ma che in realtà cambiano tutti i giorni.
Chissà se questa sarà la volta buona che gli uomini impareranno la lezione o se sarà ancora una volta una semplice resipiscenza momentanea nell’infinito errare umano.

mercoledì 11 marzo 2020

Giulio Miele - Fidati se ti dico che non avresti bisogno



Fidati se ti dico che non avresti bisogno
di sentirti sola.
Di guardare il vuoto e pensare
alle luci spente.
Di sentire la pelle piccola e debole
come un Aprile lontano.
Per la prima volta non conosco.
Per la prima volta non riesco.
Se questa possa essere un’ultima
o una prima volta.
Spero solo di resistere.
Quanto valga una risata o un abbraccio,
sensazioni spoglie da giorni - cose rare.
Il prezzo di una giornata o di una sera.
Soli - come da sempre,
ma con il desiderio di non accorgersene.
Abbiamo spento tutto, abbiamo sete.
Eppure non avrei voglia
di sgranchirmi le gambe o di volare.
Ormai so che potrei cadere.
Ho paura di perdere me stesso
in una camera che affaccia sul rosso,
come quello di un avviso, di un divieto.
Del sangue.
Levitiamo con il cuore,
ma non con le ginocchia.
Siamo attratti dal dilemma,
ma fino a quando sarà tale la dispersione?
Ma non mi perderò – non posso.